Domenica 24 Marzo 2019 | 06:38

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La decrescita non è mai sinonimo di felicità

di Giuseppe De Tomaso
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Adriano Celentano si dispiacerà. Ma il santone più ascoltato di questi anni non è lui, bensì l’economista francese Serge Latouche, teorico della «decrescita felice». Intendiamoci. Latouche non è un signore banale, tanto meno è un fissato dell’audience televisiva. Le sue idee sui limiti dello sviluppo non sono uno scoop, visto che, come minimo risalgono all’epoca dell’economista demografo Thomas Robert Malthus (1766-1834), ma indubbiamente esercitano un certo fascino sull’opinione pubblica più sensibile al tema della scarsità delle risorse naturali.

Karl Marx (1818-1883), pur essendo il simbolo dell’anti-capitalismo, avrebbe rifiutato la definizione di anti-sviluppista e anti-industrialista. L’intellettuale francese, invece sogna un mondo libero dall’ossessione dello sfruttamento delle risorse energetiche e soprattutto libero dall’obbligo di produrre di più per sopravvivere nella competizione globale. In pratica, Latouche propone un futuro sobrio e austero, ma non alla maniera del professor Monti, che offrirebbe champagne a tutti se il Pil italiano riprendesse a veleggiare sul 2 per cento di rialzo annuo. Il futuro sobrio e austero di Latouche è, al contrario, una sorta di teologia della liberazione dalla «super-teologia del Pil», cioè della crescita continua di beni e consumi, di accumulazioni finanziarie e servizi.

Anche se il vangelo del profeta della decrescita non possiede la carica messianica del «Capitale» di Marx, è indubbio che la sfida culturale di Latouche costituisca, per il mercato e il capitalismo, la sfida più insidiosa degli ultimi decenni. Tanto è vero che, pure sul piano politico, i precetti e gli slogan dell’anti-produttivismo latouchiano stanno collezionando titoli sui giornali e adepti nelle convention più disparate. Dipendesse da Latouche, il presidente Monti non dovrebbe lambiccarsi il cervello più di tanto, per rimettere in moto un’economia più fiacca dell’Inter di Ranieri. Anzi. Monti dovrebbe assecondare un piano di decrescita infischiandosi di tutti i propositi di recupero produttivo e di tutti gli exploit di Germania, Cina e simili.

Ma chi può decidere qual è il livello ottimale o sostenibile della crescita? Chi può stabilire qual è il punto di partenza o d’arrivo della decrescita: un consesso di filosofi, un pool di scienziati, un’assemblea di politici? Chi può stabilire la classifica dei bisogni necessari? Chi può stilare l’elenco dei bisogni superflui e voluttuari? Di sicuro, non si potrebbero adottare provvedimenti del genere per via referendaria. Tutt’al più sarebbe la classe politica o la tecnostruttura di potere a fissare i criteri della decrescita, cioè della decumulazione di ciascun individuo. Ma quali informazioni avrebbe il Potere, chiunque esso sia, per prendere simili decisioni? E non sarebbero i poveri a rimetterci di più, perché esclusi in partenza dalla corsa per migliorare il proprio treno di vita? Si sa che i bisogni, le idee, le aspettative, i desideri dell’umanità variano da persona e persona, e da momento a momento: come si fa a incasellarle tutte, in una logica di piano e di gerarchia? In tal modo verrebbe messa una pietra su tutte le procedure di scoperta che hanno agevolato e allungato la vita dell’uomo.

Prendiamo i telefonini. Vent’anni fa nessuno immaginava l’avvento della connessione continua di tutti con tutti attraverso un apparecchio tascabile. Oggi nessuno può farne a meno. Si obietterà: ma i cellulari ci hanno schiavizzato. Può essere. Ma se uno decidesse di proibirli in nome della battaglia anti-consumistica e dell’austerità tecnologica - come già predicava il sociologo Jacques Ellul (1912-1994) -, antesignano di Latouche, verrebbe sùbito neutralizzato con una camicia di forza, tanto impopolare e impraticabile risulterebbe il suo progetto.

Si dice. Attenzione a non esagerare con l’uso indiscriminato delle risorse della Terra. Giusta osservazione. Le risorse non sono infinite. Ma infinita è la risorsa principale: l’intelligenza umana. La civiltà dell’auto non è figlia del petrolio, semmai dei cervelli che hanno saputo utilizzare a fini economici un bene della natura (il petrolio, appunto), che, senza il genio dei trasformatori, sarebbe rimasto lì, sotto terra, per i secoli dei secoli. Idem il silicio. Se l’intelligenza dell’uomo non avesse saputo sfruttare questa «sabbia» nella rivoluzione forse più spettacolare di tutti i tempi, altro che computer, nessuno avrebbe saputo nulla delle potenzialità di questa risorsa. Anzi, solo qualche amante della fantascienza avrebbe appioppato al silicio la definizione di «risorsa».

Può darsi che anche ora ci siano risorse naturali in attesa di essere scoperte e valorizzate dalla mente dell’uomo. Può anche darsi che a breve o a medio termine decollino come un missile. Chi può saperlo? La competizione economica, infatti, somiglia alla gara tra gli esploratori di qualche secolo addietro. Si salpava per raggiungere le Indie - come accadde a Cristoforo Colombo (1451-1506) - e ci si ritrovava tra le spiagge dell’America, nel nuovo mondo.

Ecco. Anche questa speranza manca nelle analisi dei Latouche. Ma il sommo Dante (1265-1321) ci ha insegnato che le colonne d’Ercole vanno oltrepassate, e che «fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza».

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