Domenica 24 Marzo 2019 | 11:49

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Una nuova stagione di politica estera

di Giuseppe Giacovazzo
di Giuseppe Giacovazzo 

Un editoriale del giornale milanese di famiglia ironizza su una frase che Monti avrebbe detto in America dopo l’incontro col presidente Obama. “Monti vuol cambiare gli italiani”. Parole mai dette. Anche perché sarebbe davvero un’impresa titanica dopo la storica frase di Massimo d’Azeglio che una volta fatta l’Italia sognava di “fare gl’italiani”.

Monti ha invece espresso l’auspicio di vedere “rigenerata la politica italiana”. Cosa meno difficile ma necessaria e urgente. A cominciare dalla classe politica, senza esclusioni. L’immagine che circola di noi nel mondo, in questi giorni di grandi nevicate, è quella del piccolo sindaco della grande Capitale che si mette a spalare comicamente la neve per apparire in tv, dopo aver dimostrato che non sa leggere le previsioni della Protezione civile.

Di fronte a spettacoli così deprimenti la leadership di un premier diverso che rappresenta un’Italia pressoché inedita fa dire a Obama che l’Italia sta facendo “passi importanti per modernizzare la sua economia, ridurre il proprio deficit riposizionando la nazione sul cammino verso la crescita”.

Si è decantata la copertina di Time, il settimanale più famoso nel mondo, che presenta Monti in primo piano con la scritta: “Può quest’uomo salvare l’Europa?”. Ma non si è posto in risalto il significato implicito in quella frase. Che non è solo quello di salvare l’Italia dal precipizio in cui si trovava tre mesi fa. Ma più ancora quello di assumere una nuova leadership a livello europeo oltre il monopolio usurato della coppia Merkel-Sarkozy.

“Voglio solo aggiungere che si tratta di qualcosa che va oltre l’economia”, dice Obama. “Vogliamo davvero che l’Europa si riprenda e prosperi, e l’Italia è uno dei nostri più importanti alleati, operiamo assieme in qualsiasi cosa che facciamo nel mondo”. Non sono parole di circostanza, non riducibili alla competizione elettorale imminente che blandisce da ogni parte il voto italoamericano. Si tratta invece del rilancio di un nuovo asse strategico che sposa l’Italia per mandare un messaggio a tutta l’Europa, un nuovo ponte Usa-Europa che passa attraverso la mediazione dell’Italia fino a ieri emarginata e invalidata. La nostra politica estera è stata nell’ultimo decennio rappresentata da scialbe figure funzionali al gioco personale velleitario e alla “petite grandeur” di Berlusconi che vezzeggiava Putin attribuendosi il ruolo di mediatore tra Usa e Russia che nessuno gli aveva mai conferito. Ogni ruolo in politica estera è come il manzoniano coraggio di don Abbondio: “nessuno se lo può dare”. Sono gli altri che te lo danno. Monti l’ha ricevuto. È Obama che oggi accredita il suo ruolo in Europa, servendosi di una figura alternativa di estrazione tecnica ma politicamente credibile.

Certo che fa piacere vedere seduti quei due davanti al fatidico caminetto della Stanza Ovale, vederli discutere nella stessa lingua padroneggiata da un italiano di fronte a un americano che si è circondato di uno staff largamente di origini italiane. È stato chiesto al presidente americano cosa prova lavorando accanto a consiglieri come Leon Panetta, Janet Napolitano, il generale Raymond Odierno, Jim Messina, Alyssia Mastromonaco, tutti nomi che evocano le loro comuni radici. “E’ un onore lavorare con loro – ha risposto – Sono gli ultimi di un lungo elenco di italoamericani che hanno dato contributi durevoli alla prosperità e alla sicurezza dell’America… Ne sono orgoglioso e l’Italia può esserne fiera”.

Il ruolo politico dell’Italia non è limitato al quadrante europeo. La Primavera araba si svolge non lontano dalle coste italiane. Anche qui si prospetta un rovesciamento della vecchia politica assistenziale tutta giocata sul “do ut des” mortificante del rapporto con il regime di Gheddafi. La visita di Monti a Tripoli è già un messaggio. Il presidente americano riconosce che l’Italia è soprattutto una “tenace promotrice dei diritti umani e della democrazia nelle regioni nordafricane… e noi rendiamo omaggio a questi sforzi per sostenere una transizione che rispetti questi valori”.

In sintesi, il viaggio del presidente Monti in America va ben oltre le difficili contingenze economiche mondiali. È una vera apertura di credito all’Italia dopo anni oscuri di politica estera.

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