Venerdì 14 Dicembre 2018 | 01:59

NEWS DALLA SEZIONE

La riflessione
L’ Africa partner prezioso per l’Italia e per l’Europa

L’ Africa partner prezioso per l’Italia e per l’Europa

 
L'analisi
Mezzogiorno l’eterna «rivoluzione» mancata

Mezzogiorno l’eterna «rivoluzione» mancata

 
L'analisi
Se l’Europa scende in campo contro l’industria delle bufale

Se l’Europa scende in campo contro l’industria delle bufale

 
La riflessione
Lo studio è un dovere non solo un diritto

Lo studio è un dovere non solo un diritto

 
L'analisi
Il problema non è Renzi ma la politica del nuovo Pd

Il problema non è Renzi ma la politica del nuovo Pd

 
L'analisi
Il dovere di fare presto per salvare la Puglia verde

Il dovere di fare presto per salvare la Puglia verde

 
La riflessione
Genitore 1 e genitore 2: la vera discriminazione

Genitore 1 e genitore 2: la vera discriminazione

 
L'analisi
L’orizzonte nazional popolare del capitano

L’orizzonte nazional popolare del capitano

 
La riflessione
Povero Gesù bambino fatto diventare così povero

Povero Gesù bambino fatto diventare così povero

 
L'analisi
Grande è la confusione ma la situazione non è ottima

Grande è la confusione ma la situazione non è ottima

 
La riflessione
«Falsi poveri» di Basilicata i furbetti del tesserino

«Falsi poveri» di Basilicata i furbetti del tesserino

 

Shoah e Foibe, quelle «Giornate» di smemoratezza

di Franco Cardini
di FRANCO CARDINI

A proposito della «Giornata del Ricordo», dei martiri delle foibe, entrata ormai nel nòvero delle celebrazioni ufficialmente riconosciute nel nostro Paese e fissata al 10 febbraio, credo che il «dovere della memoria», sull’opportunità anzi la necessità del quale tutti i buoni cittadini non possono non concordare, non possa andar disgiunto dalla consapevolezza dei rischi di conformismo, di malafede e soprattutto di «selezione guidata», quindi in ultima analisi di «smemoratezza gestita», che tale scelta comporta. La riflessione su queste cose è dolorosa e rischiosa: il pericolo di venir fraintesi o, peggio, consapevolmente condannati e demonizzati è forte e concreto. Ma proprio per questo non si può tacere. 

La «Giornata del Ricordo» è nata e si sta sviluppando in parallelo con altri eventi e altre situazioni. Anzitutto con la «Giornata della Memoria», celebrata il 27 gennaio e destinata a ricordare i martiri della Shoah: per quanto qua e là riemergano le tracce di una proposta inizialmente ad essa correlata, che consisteva nel richiamare alla memoria e alla venerazione, nel simbolico caso della Shoah, tutti i massacri e i genocidi perpetrati nel mondo e sulla terra in tutta la lunga storia del genere umano. Era del resto tale l’originaria consegna degli stessi tribunali di Norimberga: istituiti non tanto e non solo per punire i criminali nazisti, bensì per impedire che crimini del genere potesnegare sero riproporsi anche in futuro. Un’ir - reprensibile intenzione, che però negli ultimi decenni sembra essere stata più volte disattesa: in quanto episodi di strage e di massacro si sono più volte presentati, certo con caratteri molto diversi rispetto alla Shoah, e sono stati ora oggetto di denunzia e di sanzione internazionale - si pensi al caso jugoslavo o alla denunzia dei massacri perpetrati dalle forze lealiste della Siria ba’atista -, ora invece di dissimulazione e di obliterazione, come si è visto nella quasi concorde e totale minimizzazione se non negazione di episodi accaduti dall’Africa all’Iraq all’Afghanistan alla Palestina allo Yemen all’Algeria.

Va detto al riguardo che era già molto sgradevole e imbarazzante la tensione, attraverso la quale si pervenne in Italia alla definizione e legittimazione della «Giornata del Ricordo» - per certi versi quasi in emulazione e in opposizione, anziché in complementarità come sarebbe stato giusto -: come se la memoria dei morti nei campi di sterminio nazisti potesse in qualche modo essere imbarazzante o sgradita a certe aree del mondo politico e dell’opinione pubblica, per cui si dovesse procedere a un riequilibrio attraverso il ricordo dei massacrati nelle voragine carsiche da parte dei partigiani comunisti sloveno-croati. Il formarsi di un’impressione così malsana e distorta palesava però un sottostante, forse generalizzato atteggiamento: quello di una sostanziale cinismo, di un disinteresse per le tragedie umane accompagnato però da una pervicace volontà di strumentalizzazione in questo o in quel senso. 

Ne è prova la suscettibilità di alcuni ambienti, sempre vigili a che nulla della visione ormai ufficiale della Shoah venga messa in discussione - e inclini pertanto a definir indiscriminatamente «revisionisti» o «negazionisti» tutti coloro che propongano di discostarsene in qualche modo o misura, indipendentemente dagli argomenti avanzati - in quanto timorosi che u n’eventuale «ridimensionamento» di quell’immensa tragedia (non si vede peraltro in che modo possibile) possa indirettamente danneggiare oggi la politica di questo o quel governo d’Israele e sostenitori non già di una «esemplarità» delle vicende della persecuzione scatena ta dai nazisti, bensì di una sua «unicità». 

Così come ne è prova l’ottusità o della quale danno prova molti fautori delle manifestazioni in memoria degli infoibati, che eludono qualunque serio argomento eziologico relative alle cause che generarono quell’odio feroce che si espresse poi (e, senza dubbio, in modo senz’appello condannabile) nelle atroci esecuzioni sommarie del ’45. E così come d’altronde era prova di ottusa arroganza ideologica la pervicace volontà, manifestata molto a lungo tra dirigenti e militanti del PCI, di negare la tragedia delle foibe e di accusare istericamente di «fascismo» chiunque ne parlasse, se non addirittura le stesse vittime di quei massacri. 

Chi mi ha sinora seguito in questo ragionamento, potrebbe pensare che a questo punto io dichiari che secondo me queste «Giornate» (della Memoria o del Ricordo che siano) andrebbero abolite o comunque attentamente sorvegliate, dato il carattere fazioso che le anima o le strumentalizzazioni alle quali potrebbero soggiacere. Sostengo esattamente il contrario. Sono convinto, come cittadino e come insegnante, che una sempre più approfondita e puntuale conoscenza degli orrori dei quali il genere umano è stato vittima nei secoli non sia affatto né parte di quella che qualcuno ha definito «la cultura del piagnisteo», né malsano voyeurisme pseudostorico: ma, al contrario, per un verso premessa necessaria per un altro sostanziale componente di una vigile coscienza civica a livello planetario. Tutti noi siamo per un verso vittime - magari nei nostri predecessori - di quelle violenze; tutti ne siamo al tempo stesso direttamente o indirettamente, consciamente o inconsciamente responsabili.

È necessario risvegliarsi da un antico torpore, scuotersi da un vecchio malvagio incantesimo: è indispensabile persuadersi che il «non sapere», il «non vedere-non sentire-non parlare» fanno di chi ne è adepto (cioè della stragrande maggioranza di noi) un complice obiettivo dei carnefici; ed è alquanto ozioso giocherellare con la classifica di quei carnefici, distinguere le differenti categorie di «male», ostinarsi a sbattere continuamente in prima pagina dei mostri. Himmler non giustifica Pol Pot e viceversa: ma di quanti Himmler e di quanti Pol Pot negati o dissimulati, siamo ancora responsabili? Proclamare l’equivalenza tra le tirannie è uno sterile esercizio auto-assolutorio: nazismo e bolscevismo sembrano, alla distanza, essere rei soprattutto di aver «introiettato» nell’Occidente, che se ne riteneva immune, quei metodi feroci e sanguinari che il colonialismo occidentale aveva per secoli impiegato in Asia, in Africa, in America Latina. 

Nessuna Shoah giustificherà mai Dresda e Hiroshima; nessun massacro dei kmer rossi assolverà mai la United Fruits e la CIA di quel che hanno fatto in Mesoamerica; nessuna Kolima assolverà chi ha organizzato Guantanamo; e, procedendo a ritroso nel tempo, nessun gulag basterà mai a cancellare le infamie della Tratta degli Schiavi e delle Guerre dell’Oppio, praticate entrambe da governi e da popoli che si sentivano d’altro canto altamente civili e perfino «umanitari». Chi mai ci ha autorizzato a considerare «naturali» e magari «inevitabili» i crimini perpetrati dagli europei in mezzo millennio di colonialismo o la quasi totale scomparsa dei Native Americans? La memoria non va confinata in una giornata di celebrazioni: va trasformata in materia di studio e di meditazione quotidiana, dai banchi di scuola agli spesso troppo distratti o troppo «condizionati» mass media. Le radici della stessa violenza che oggi sembra divorare buona parte del mondo, e che domani potrebbe invaderlo per intero, è in gran parte conseguenza degli squilibri causati da orrori e da massacri che sono rimasti senza nome e senza ricordo: e che oggi continuano, in un mondo che vede gli sprechi confrontarsi drammaticamente con la fame e nel quale alcune migliaia di privilegiati che nuotano ogni giorno in una piscina olimpionica possono permettersi d’inquinare e di sprecare, per il loro piacere, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a salvare dalla sete migliaia di bambini africani. C’è un modo solo per adeguatamente onorare i martiri della Shoah e delle foibe in modo adeguato: il chiudere oggi, subito, i Lager della sperequazione socioeconomica che semina vittime a livello mondiale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400