Martedì 26 Marzo 2019 | 23:10

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I messaggi del Cavaliere a Monti e Bersani

di Giuseppe De Tomaso
Esistono due barometri infallibili per verificare la condizione climatica tra i principali partiti. Il primo si chiama riforma elettorale. Il secondo, giustizia. Quando cominciano a infittirsi i segnali di dialogo sulle regole del gioco, vuol dire che il tempo volge al bello. Quando, invece, si usa la questione elettorale (o la questione giudiziaria) a mo’ di clava, o la si accantona del tutto, significa che la temperatura è più gelida del ghiaccio. Berlusconi si è reso conto che, paradossalmente, il governo Monti sta creando più problemi al centrosinistra che al centrodestra. Certo, l’alleanza Pdl-Lega si va sfarinando, ma il divorzio era nell’aria, anche perché l’odierno Bossi è più un’icona da portare in processione che un leader da battaglia politica: il Senatùr non è più in grado di guidare il Carroccio a modo suo, con una battuta salace o con un’occhiata minacciosa.

Ma se il Pdl non appare particolarmente scosso dalle iniziative di Monti soprattutto in materia economica, la stessa cosa non si può dire del Pd di Bersani, alle prese con l’offensiva del governo sulla riforma del mercato del lavoro. Per ora Bersani manifesta lealtà assoluta all’esecutivo, ma se la revisione dell’articolo 18 sui licenziamenti dovesse incontrare - com’è probabile - la forte ostilità dei sindacati, difficilmente il Pd si metterebbe a battere le mani o eviterebbe contraccolpi interni, non foss’altro perché, sulla questione, si registrano, tra i democratici, due o più linee difformi. Il che potrebbe provocare reazioni a catena proprio sul governo del Professore.

Il Cavaliere ha capito che solo un colpo di scena potrebbe ricondurlo a Palazzo Chigi. Ha capito anche, però, che, se non commetterà passi falsi, il Pdl, o l’eventuale nuova creatura di cui si vocifera il battesimo, potrà rientrare a pieno titolo nel gioco del governo. Di qui i primi segnali di distensione lanciati da Berlusconi, ben contento di lasciare solo alla Lega la faccia e le mani del cattivo alla Ibrahimovic.

A Berlusconi converrebbe una bella riforma elettorale in senso bipolare, anzi bipartitico: un ricco premio di maggioranza per il vincitore, ma soprattutto un alto sbarramento di ingresso per la rappresentanza parlamentare. In sintesi: uno schiaffo al Terzo Polo, col retropensiero di una Grande Coalizione tra Pdl e Pd in caso di ostacoli in corso d’opera. Ma le prime reazioni al sondaggio sulla riforma bipartitica, agognata dal Cavaliere, sono apparse sùbito poco confortanti. Il Pd non lascerà mai per strada il centro di Casini. Di qui la ripresa del tam tam sul piano B della manovra berlusconiana: una riforma elettorale che riscopra la tanto vituperata legge proporzionale, sia pure con sostanziali modifiche rispetto alla proporzionale pura della Prima Repubblica.

E qual è l’elemento più seduttivo della proporzionale? Semplice: ai capipartito non verrà mai l’infarto (in caso di sconfitta) dopo la prova elettorale. Con quel sistema, chi vince non vince mai del tutto e chi perde non perde mai del tutto. Anzi, può capitare persino che chi vince perde e chi perde vince. La vera partita comincia all’indomani del voto, quasi mai prima.

E siccome Berlusconi ha scoperto che la Grande Coalizione, come quella che sorregge il tentativo di Monti, non è il diavolo, anche il ripescaggio della proporzionale che consente alleanze a tutto campo potrebbe risultare un affare (politico, si capisce). Chi l’ha detto, infatti - ragiona l’ex presidente del Consiglio - che le convergenze parallele tra Pdl e Pd che hanno portato Monti a Palazzo Chigi non possano proseguire anche nella prossima legislatura? Dipendesse da lui, il Cav sottoscriverebbe l’impegno già domani.

A sostegno di questo retropensiero, inconfessabile fino a ieri, contribuisce la crisi economica, la cui soluzione, nonostante l’ottimismo di Monti, è più lontana della promozione del Bari in serie A. Gli interventi di rigore richiedono coraggio, dote che non abbonda parecchio negli accampamenti del Potere, dal momento che - come osserva lussemburghese Juncker - i politici sanno bene quali provvedimenti sono necessari per risanare l’economia, ma non sanno come essere rieletti dopo averli adottati. Ecco perché sorge l’esigenza di spalmare il rischio tra tutti gli attori del proscenio politico, per separare le proprie responsabilità dai sacrifìci sempre più onerosi che verranno richiesti ai cittadini.

Ora. Se dovesse prevalere la riforma elettorale in senso proporzionalistico, l’ipotesi più probabile è che, al termine di questa legislatura, sia Monti a succedere a se stesso in cima a un governissimo anti-crisi. A meno che il Cavaliere non offra proprio al Professore lo scettro di leader e di candidato premier del centrodestra da presentare alle elezioni. Infatti. Se Monti dovesse insistere sull’articolo 18, l’offerta da parte di Berlusconi al premier in carica, o al ministro Corrado Passera, potrebbe trasformarsi da ipotesi di scuola in evento tutt’altro che inverosimile.

Quando si dice. In politica l’inatteso è sempre in agguato.

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