Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:13

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Si tassano gli speculatori pagheranno tutti gli altri

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Ancora una tassa? Insegnava l’economista Amilcare Puviani (1854-1907) che i governi sono maestri nell’arte dell’illusione finanziaria. Traduzione: grazie ad abili stratagemmi lessicali e contabili, i governi riescono a varare salassi fiscali che susciterebbero l’opposizione dei cittadini qualora questi fossero davvero edotti sul peso dei provvedimenti approvati. Ecco: Puviani definiva illusione finanziaria la percezione che porta i contribuenti a considerare tutto sommato sostenibili e inevitabili i sacrifìci impositivi stabiliti da chi comanda. Lo studioso aveva condensato in un decalogo la Teoria dell’illusione finanziaria (1903) cui ricorrevano o ricorrono i governi, a volte persino a loro insaputa. Infatti, non è cambiato nulla, dopo più di un secolo. I governi prediligono la tassazione diretta, ma - quando non possono esagerare - non disdegnano la tassazione indiretta; non si preoccupano di strafare con i carichi fiscali a svantaggio delle generazioni future; usano la clava per tassare il lusso, perché, in tal modo, la manovra appare più accettabile dal grosso della popolazione; fissano tasse temporanee, ma poi le lasciano a tempo indeterminato. 

Tra gli escamotage più sottili adoperati dai governanti per tacitare l’opinione pubblica, Puviani citava, fra i più gettonati, la tassa nei confronti dei gruppi impopolari. Vivesse, oggi, l’economista indicherebbe nella Tobin Tax (contro gli speculatori) l’ultima imposta ad personas, che si ispira a un «comandamento» (non caldeggiato, si capisce) del suo decalogo. La speculazione non è mai stata popolare, nel mondo. Stenta addirittura a trovare avvocati difensori, il che non si verifica nemmeno per chi uccide i genitori o per chi fa una strage di bambini. Eppure gli speculatori non saranno simpatici come Fiorello, ma di sicuro non sono la versione moderna del diavolo: di solito segnalano la criticità di una situazione, sì sono il termometro, non la febbre di un organismo malato. 

Oggi, forse perché, con una tassazione a livelli stellari, resta poco da tosare, si va facendo strada a livello europeo (leggi Berlino e Parigi) l’idea della Tobin Tax, cioè dell’imposta sulla finanza. Proposta sconfessata dal suo autore - l’economista James Tobin (1918-2002) - ma prontamente riesumata dai prìncipi e dai loro consiglieri perché contribuisce a coltivare quell’illusione finanziaria che sta all’eco - nomia e ai contribuenti come il metadone sta ai tossicodipendenti. Ha scritto l’altro giorno l’ex dissidente anti-sovietico Vladimir Bukowsky: «Nel vostro futuro io ci sono già stato, e non intendo tornarci». Bukowsky si riferiva all’attrazione fatale dell’Europa verso modelli sempre più statalistici, di cui il fiscalismo imperante costituisce il lievito più scatenante. 

Ora. L’intellettuale, che ha vissuto nei gulag, quasi certamente esagera, ma è difficile negare come l’Europa stia giocando col fuoco, attribuendo ad esempio alla finanza (che pure non è composta di gentiluomini) vizi e peccati propri della politica, soprattutto di quella che vive per la spesa pubblica. 
Infatti. Qual è la brillante soluzione escogitata da tedeschi e francesi per riattivare la crescita? Ovviamente, la Tobin Tax contro gli speculatori, cioè contro la finanza. La Tobin Tax sembra piacere al presidente francese Nicolas Sarkozy più di quanto gli piaccia la sua splendida Carlà. Ma anche alla signora Merkel la «Tobin» non dispiace. Non foss’altro perché darebbe un bel colpo a Londra, la capitale europea della finanza (non a caso, il premier inglese David Cameron ha eretto un catenaccio contro l’offensiva franco-edesca manco fosse Fabio Capello). 

Comunque. Si può riaccendere l’economia con una nuova tassa? Se così fosse, significherebbe che tutti gli studiosi della «triste scienza» finora non hanno capito una mazza, visto che nulla deprime la voglia di fare più di un prelievo fiscale. Ma c’è dell’altro. La Tobin Tax, oltre a accelerare la fuga dei capitali nelle nazioni e nei continenti meno oppressivi sul piano fiscale, rischia di tradursi in un clamoroso esempio di traslazione di imposta. Fenomeno in cui le tasse nominalmente concepite per una categoria vengono automaticamente trasferite ad un’altra fascia sociale. Alle corte. 

Anche un sempliciotto comprende che la tassa sulla speculazione finanziaria altro non è che una botta alle banche più impegnate nella finanza. E non è necessario aver studiato a Oxford per dedurre che gli istituti di credito scaricheranno il balzello sulla platea dei loro clienti. Che si ritroveranno a pagare l’ennesima tassa occulta, di cui tesseranno paradossalmente l’elogio visto che s’imporrà la vulgata secondo cui gli squali finalmente pagheranno. È pura illusione finanziaria, anzi callido illusionismo finanziario. Ma c’è poco da fare. Quando un’idea abbagliante ti acceca, fa più danni di uno tsunami inarrestabile. 

L’Europa non è nuova ad abbagli clamorosi come dimostra la sua storia. Quasi sempre ha generato lei i problemi che il mondo anglosassone è stato chiamato a risolvere. Succederà la stessa cosa con l’overdose tassaiòla? Speriamo di sì, e cioè che anche stavolta dalla cultura d’Oltremanica e d’Oltreoceano, arrivi il salvagente del buon senso e del buon governo. Il professor Monti ne tenga conto, prima di indirizzare un nuovo peana al Paese di Frau Angela Merkel.

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