Martedì 26 Marzo 2019 | 17:03

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Trasporti e treni più liberi con un Garante per il Sud

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Diceva Giulio Andreotti che c’era un modo infallibile per distinguere il folle dal sano di mente. Bastava che una persona sostenesse di essere Napoleone, o di essere in grado di far funzionare le ferrovie. In tali casi il signore andava ricoverato d’urgenza con la camicia di forza. Persino la buonanima di Benito Mussolini (1883-1945) pare che nutrisse forti riserve sulla possibilità di mettere definitivamente ordine sulle rotaie, anche se il regime fascista si vantava di aver fatto viaggiare gli italiani in orario. Da sempre i passeggeri in ferrovia chiedono tre cose: biglietti economici, personale gentile ed efficiente, carrozze pulite e moderne. Tre cose che starebbero a cuore innanzitutto ai viaggiatori del Meridione, ma che una gestione nordista dell’intero settore ha reso più illusorie di una manovra economica priva di tasse. Basti pensare che solo pochi anni addietro l’amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, invitò i passeggeri a portarsi coperte e panini in treno per cautelarsi contro i disagi. Roba da invidiare persino i passeggeri del Ruanda.

Trenitalia ha un bel modo di ragionare: quello del monopolista classico. Il che la candiderebbe di diritto al rango di destinatario numero uno delle misure di liberalizzazione che ha in animo di varare il governo Monti. In teoria tutti dovrebbero essere uguali di fronte alla mannaia liberalizzatrice. Ma nei fatti, come nella Fattoria degli Animali, alcuni soggetti sono più eguali degli altri. E Trenitalia forse non intende perdere lo status di privilegiato numero uno nei trasporti sui binari. Ora. I monopòli non fanno mai bene ai cittadini. Sono fonti di sprechi e di distorsioni. Inoltre, dipendono dalla volontà del Capo, non dai desiderata dei consumatori. Oddio, uno Stato potrebbe sempre decidere di assicurare, monopolisticamente, un servizio non coperto dai privati: chessò, portare le ferrovie e l’energia in paesini lontani, che nessun fornitore privato si sognerebbe di raggiungere. Ma, in questo caso, lo Stato sa già in partenza che dovrà ripianare le inevitabili perdite di un gestore pubblico. 

Da anni Trenitalia fa incetta di sussidi pubblici, alla faccia della concorrenza, e della separazione della rete ferroviaria dall’azienda dei trasporti raccomandataci dall’Europa. Ma il suo atteggiamento, nei confronti del Mezzogiorno e della Puglia in particolare, è tipico di chi dice «Viva lo Stato quando mi conviene, viva il mercato quando mi fa comodo». Viva lo Stato perché è generoso di fondi, cresciuti da 3,5 a 4,1 miliardi di euro solo nel periodo tra il 2006 e il 2009 (per tacere dei continui aumenti di capitale). Viva il mercato perché mi dà la possibilità di tagliare linee poco redditizie in termini di ricavi. Ma che discorso è, dal momento che i contribuenti, compresi quelli del Mezzogiorno, dimenticati dai signori delle Ferrovie a partire dal 1861, non fanno altro che scucire denaro proprio perché sperano che tutta l’Italia possa giovarsi di trasporti decenti? Invece, da quest’orecchio l’ingegner Moretti sente poco. 

Chi teme che le liberalizzazioni all’italiana potrebbero concentrarsi solo su tassisti e farmacisti, salvando tutti gli altri potentati da smantellare, trova conferma nella storia recente delle ferrovie. Neppure il tandem Montezemolo-Della Valle (Ntv) che, in termini di potere e influenza, non può essere associato alla categoria dei pesi piuma, è riuscito finora nell’intento di sottrarre il controllo della rete al monopolista di riferimento. Figuriamoci gli altri possibili concorrenti.

Oggi anche un bambino comprende che, sulla carta, tra la società della rete, Rfi, e le società (Trenitalia e controllate, di proprietà del Tesoro) che producono il servizio, esisterebbe un conflitto di interessi alto come un grattacielo. Ma siccome controllore e controllato appartengono alla stessa casa, la tentazione di impedire o frenare l’ingresso di nuovi competitori è più irresistibile di un gol con la mano di nascosto dall’arbitro. Così come irresistibile può diventare la tentazione di gestire con criteri geo-economici o geo-politici l’intero traffico ferroviario. È quanto sta accadendo ai danni della Puglia e del Mezzogiorno. 
Il sottosegretario Catricalà ha annunciato una lenzuolata di liberalizzazioni entro il 20 gennaio. Ecco. Non sarebbe male se il decreto accelerasse la separazione tra rete e servizi ferroviari e che prevedesse, all’uopo, l’istituzione di u n’Autorità in grado di vigilare sul rispetto delle regole. Non siamo fanatici delle Autorità, che in Italia sono più numerose delle montagne. Ma il trasporto in genere, e quello su rotaie in particolare, hanno bisogno di un Garante che agevoli l’eguaglianza dei punti di partenza in un settore cruciale per il superamento del divario tra Nord e Sud. Se oggi ci fosse stato un Garante, non solo Trenitalia non avrebbe potuto azionare il freno contro la liberalizzazione del settore (il che avrebbe potuto riportare al Sud quei convogli eventualmente soppressi dal padrone pubblico), ma non avrebbe nemmeno osato tagliare in due il Paese, in barba a tutti i propositi di unificazione socio-economica nazionale. Il professor Monti non ha dedicato molte parole al Mezzogiorno nei suoi interventi. Anzi, è stato assai parco. Potrebbe cominciare dalle liberalizzazioni, e dalla lavata di testa a Trenitalia.

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