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C’è qualcosa di nuovo oggi al governo anzi d’antico

di Gianfranco Viesti
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Dalle vicende di queste settimane appare evidente che Mario Monti (e per estensione, il suo governo) ha una forza: quella di essere “antico”. Antico, detto così, è naturalmente un complimento.

Ma che significa? Significa che l’azione di governo di Monti – azzardando una valutazione in base a quanto si è potuto vedere nelle prime mosse – ricorda molto più quella di governi molto lontani nel tempo (del primo dopoguerra, ad esempio) che non quella dei tempi a noi più vicini. Per un insieme di motivi.

Monti affronta le questioni di governo mirando a muoversi con equilibrio. Equilibrio fra obiettivi diversi; ad esempio quello, difficilissimo, enunciato sin dall’inizio, fra rigore, crescita ed equità. Si può discutere di quanto sia stato raggiunto; anche se sarebbe meglio vedere quanto sarà raggiunto con le mosse in cantiere per i prossimi giorni.

Ma resta il fatto che nel governo di un paese grande come l’Italia, non serve proporre slogan semplificati ed estremi (come è avvenuto troppo spesso negli ultimi anni), ma muoversi tenendo sempre presente una pluralità di esigenze.

Chiara, a questo riguardo, è stata la risposta che ha fornito a Fazio domenica sera: su molti temi – ha detto - si può rispondere con semplicità, con poche parole. Ma molti altri sono complessi: se non ci si vuole appunto accontentare di slogan ma capire, occorre riflettere, precisare. L’Italia è un paese complesso: le soluzioni ai suoi problemi spesso non possono che essere articolate. E Monti, all’antica, ci sta restituendo il gusto della complessità dei problemi.

In molti casi dire che un problema è complesso serve come giustificazione per l’inazione. Antico è lento; moderno è veloce? E’ quello che da tempo sentiamo, ma non è quello che sta accadendo. La necessità di equilibrio, di fornire risposte articolate non ha impedito affatto al Governo di prendere decisioni rapide e molto incisive. La portata della manovra di aggiustamento dei conti pubblici è stata molto ampia. Così come ampio si annuncia il pacchetto di interventi sulla riorganizzazione di molte attività economiche. Perché? Perché, come i governi “antichi” del secondo dopoguerra, Monti, da tecnico, ha chiarissimi alcuni punti di partenza politici.

Prendiamo le sue parole nettissime sull’evasione fiscale (non dimenticando come Berlusconi l’abbia più volte giustificata): l’evasione fiscale è la nemica principale del rigore dei conti pubblici, della crescita economica, dell’equità sociale. Nelle tasche degli italiani le mani non ce le mette lo Stato, ma ce le mettono gli evasori. Prendiamo le sue parole sulla concorrenza e sul mercato: uno strumento utilissimo per far funzionare le economie contemporanee, ma a due fondamentali condizioni: che vi sia un insieme chiaro di regole che lo disciplinano; che queste regole permettano al più bravo, e non al più forte o al più protetto, di vincere. Prendiamo le sue parole, sempre pronunciate da Fazio, sul fatto che negli ultimi trent’anni l’equilibrio del potere si sia sempre più, eccessivamente, spostato in favore dei mercati e a danno della capacità pubblica di regolazione, e che questa vada rafforzata. Che differenza straordinaria con tanti economisti “moderni”, oggi di moda, che pontificano dalla prime pagine dei grandi giornali e dalla televisione, spiegandoci che il mondo è semplice, che l’azione pubblica è il male, e che basta fare come la signora Thatcher per assicurarsi la prosperità. Loro non sono antichi, sono semplicemente vecchi: continuano a parlare come se la grande crisi non fosse avvenuta, come se il modello liberista estremo non avesse mostrato tutti i suoi straordinari limiti.

Monti è “antico” perché appare come una persona seria e competente, come dovrebbe essere chi governa; non tanto perché con gesto simbolico ha rinunciato allo stipendio, ma perché interpreta – come dovrebbe essere – l’attività di governo come un servizio alla collettività; perché sembra preoccuparsi molto di più, in televisione, di quello che dice rispetto al come è vestito. Riappare tra l’altro con Monti la Lombardia migliore, il Nord migliore, quello a cui per decenni abbiamo guardato con ammirazione, e che poi abbiamo visto divenire silenzioso, soppiantato dal ghigno e dalla rozzezza dei Bossi e dei Calderoli che hanno preteso di rappresentarlo. E questo ci può offrire una “finestra di opportunità” straordinaria: Monti prende il Mezzogiorno sul serio; partendo dalla ragionevole – ma completamente dimenticata – convinzione (che ha espresso chiaramente qualche tempo fa nel suo rapporto sul rilancio del mercato interno europeo) che la coesione territoriale è fondamentale. Sia per motivi politici, per generare consenso di tutti i cittadini verso il funzionamento dell’economia di mercato, sia per motivi strettamente economici, perché l’Italia non può crescere se non cresce il Sud.

Tutto questo non serve a fare uno stupido panegirico di una persona, che occorrerà vedere sempre con attenzione critica in azione nei prossimi mesi. Il punto non sono le qualità di Monti. Il punto è che esse risaltano come se fosse un marziano; come se una persona seria e competente al governo in Italia fosse un’eccezione. Apprezzare Monti perché è antico serve a porsi domande molto preoccupanti su ciò che è diventata la “modernità” del nostro paese. Perché la politica è così palesemente incapace di guidare l’Italia? Perché è da tempo incapace di proporci leader all’altezza della situazione? Perché i partiti sono diventati sempre più eterei, in grado solo di elaborare facili slogan e non le analisi e le proposte più complesse che l’Italia richiede? Perché da anni la televisione ci trasmette solo risse da pollaio e nessuna chiara proposta? Perché i partiti sono sempre più strumento di persone interessate principalmente alla loro personale carriera, che non corpi collettivi interessati al successo delle idee che enunciano? E quindi la domanda più importante, e più preoccupante: che cosa verrà dopo il governo Monti?

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