Martedì 19 Marzo 2019 | 16:42

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Così l’uomo imparò a sbarcare il lunario

di Pietro Sisto
di PIETRO SISTO

Gli uomini hanno sempre guardato agli astri e alla luna con curiosità e paura, con speranza e timore: soprattutto i contadini eseguivano i principali lavori nelle campagne guardando non solo la terra, ma anche la volta del cielo per trovare nelle fasi lunari conforto e conferme «alle opere e ai giorni». Proprio per l’importanza attribuita al satellite della Terra già nel Cinquecento tipografi ed editori incominciarono a stampare, a partire dal mese di settembre e in previsione dell’anno nuovo, «lunari» e pronostici costituiti inizialmente da fogli volanti con rozze incisioni e testi molto semplici adatti soprattutto ad una cultura di piazza. Si trattava di opuscoli e libretti scritti nei giorni più caldi dell’estate da «guardastelle», oroscopanti e ciarlatani, ai quali venivano dati titoli tanto ridondanti quanto improbabili: «Il vero lancia bugie», «Gli arcani delle stelle», «La Spia del cielo», «Il giardiniero dei pianeti», «Nuncio delle stelle», «Il filosofo Cacciaballe». Titoli e testi che a volte risultavano così distanti dalla realtà da far nascere proverbi e modi di dire di questo genere: più bugiardo di un lunario; il lunario quando piove segna sereno. 

E a partire dal Concilio di Trento la Chiesa condannò con fermezza soprattutto attraverso l’«Indice dei libri proibiti» la letteratura astrologica. Tra i pontefici che si distinsero per lo «zelo» nei confronti della «pestifera zizzania» ci fu Sisto V che emanò una bolla non solo contro quelli che esercitavano l’ar te divinatoria e l’astrologia giudiziaria, ma anche contro tutti quelli che leggevano e possedevano lunari e almanacchi.

 Non fu da meno Urbano VIII che, fatto morire prematuramente dai pronostici degli astrologi, tuonò contro chi faceva oroscopi sulla vita del papa e dei suoi parenti e sulla Santa Sede: a lungo, insomma, chi si occupava dell’arte del compasso e dell’astrolabio era considerato figlio del demonio perché la conoscenza del futuro era prerogativa esclusiva di Dio. Ma nonostante censure e divieti ecclesiastici, ciarlatani, cantimbanchi e almanacchisti continuarono a peregrinare da una città all’altra come «incantatori, con verghe in mano impallati, tenendo spazzata la folta barba, gridando sopra le piazze»: uno dei più famosi fu Giuseppe Rosaccio (sec. XVI), assiduo frequentatore di fiere e mercati, storico e cosmografo, medico e filosofo, esperto di astrologia speculativa e giudiziaria, facilmente riconoscibile anche lui per il «dono divino della folta barba spazzata che nobilitava il suo volto» e che era «un inequivocabile simbolo della sua energica e virile intelligenza, dell’infaticabile attività» (E. Casali). 

I lunari e gli almanacchi si diffusero non solo in città ma anche nelle campagne dove i contadini non potevano ignorare le inclinazioni celesti nei lavori dei campi (semina, potatura, innesto, mietitura) perché secondo un’antica credenza era il cielo a rendere feconda la terra. Lo aveva del resto efficacemente scritto uno dei più dotti rappresentanti dell’Umanesimo fiorentino, Marsilio Ficino: «Il cielo, marito della terra, secondo l’opinione comune non sfiora neppure la terra. Non si congiunge con la sua sposa. Solo la percorre coi raggi delle stelle, che sono come i suoi occhi, e guardandola la feconda e ne procrea realtà viventi». 

Ma il secolo d’oro di taccuini e almanacchi, lunari e pronostici fu paradossalmente il Settecento, il secolo della ragione e della lotta alla astrologia, durante il quale i fogli volanti si trasformarono in veri e propri libretti destinati ad indicare con maggiore precisione ed esattezza i giorni felici e infelici, i momenti propizi per i lavori e gli amori, per l’ac - quisto di piante e animali, per cavar sangue e somministrare medicamenti. E alcuni di questi libretti conobbero una straordinaria fortuna: basti pensare a questo proposito all’«Almanacco perpetuo» (1593) di Rutilio Benincasa, una sorta di stregone alla continua ricerca del mistero dell’immortalità, destinato a sopravvivere fino a tutto il Novecento; e in particolar modo al «Barbanera», un lunario che incominciò ad essere pubblicato come volumetto a partire dal 1762 a Foligno, una delle prime città italiane a conoscere e praticare l’arte della stampa a caratteri mobili. 

E se è vero che sul modello dell’«Almanacco perpetuo» nel Settecento nacque «La smorfia», «il mezzo più sicuro per vincere al lotto», che continua ad essere pubblicata ancora oggi, è anche vero che dall’immagine della «barba spazzata» di ciarlatani e astrologi nacquero il «Barba Rossa», il «Barba Bianca» e soprattutto - come si è detto - il «Barbanera», così famoso e «attendibile» («Il sol, la luna ed ogni sfera or misura Barbanera, per poter altrui predire tutto quel ch ’è da venire») da dar vita a una nutrita serie di imitazioni. Delle quali, ovviamente, si deve diffidare: così si legge, infatti, nel sito di quello «vero» pubblicato a Foligno dall’Editoriale Campi che si appresta a festeggiare proprio con l’arrivo del 2012 i suoi duecentocinquanta anni di vita al servizio dei suoi numerosi, affezionati lettori tra i quali ci fu anche Gabriele D’Annunzio, il quale non ebbe difficoltà ad ammettere la sua ammirazione per il lunario: «La gente comune pensa che al mio capezzale io abbia l’Odissea o l’Iliade, o la Bibbia, o Flacco, o Dante, o l’Alcyone di Gabriele D’Annunzio. Il libro del mio capezzale è quello ove s’aduna il fiore dei tempi e la saggezza delle Nazioni: il Barbanera».

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