Martedì 26 Marzo 2019 | 17:04

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Puglia schierata dalla parte degli Armeni

di Vito Antonio Leuzzi
Vito Antonio Leuzzi

Si assiste da alcuni giorni ad un duro scontro politico-diplomatico tra Francia e Turchia in conseguenza dell’approvazione di una legge da parte del parlamento francese che considera reato chi nega il genocidio commesso dai turchi nei confronti del popolo armeno, durante il primo conflitto mondiale.

Nella fase di disfacimento dell’impero turco, che un secolo fa perdette tutti i territori europei, sulla spinta del panturchismo (ideologia nazionalista dei «Giovani turchi») si avviò un nuovo assetto geopolitico nella parte asiatica del Paese. Gli armeni, «l’ultima grande minoranza non musulmana a carattere nazionale», costituivano il maggiore ostacolo a questo disegno anche per il legame economico e religioso con l’ Occidente. I «Giovani turchi» decisero nel corso della guerra una violenta repressione e deportazione di massa.

Su una popolazione di circa un milione e mezzo di persone solo trecentomila riuscirono a rifugiarsi in Russia, tutte le altre, non sopravvissero alle spaventose condizioni fisiche delle lunghe marce forzate verso Aleppo (Siria). Lo storico Bernard Bruneteau, docente all’università di Grenoble, studioso del totalitarismo e autore dell’interessante volume Il secolo dei genocidi (edito dal Mulino, 2005), afferma che «la strategia adottata dai turchi consiste innanzi tutto nel lasciare marcire per svariate settimane le popolazioni deportate nei campi di transito alla periferia di Aleppo, per poi spostarle da un campo di concentramento all’altro lungo l’Eufrate, e così sino alla fine di un processo di selezione naturale. I deportati ammassati all’aperto e senza viveri né cure vengono decimati».

L’interesse odierno da parte dei politici francesi per una vicenda storica così drammatica solleva diversi interrogativi anche per l’esistenza di una legge del 2001 che stabiliva già pene per chi contestava l’esistenza del genocidio del 1915, al pari di quello degli ebrei del secondo conflitto mondiale. Si fa strada, dunque, il sospetto che dietro tale decisione possano celarsi anche interessi politici legati alle prossime scadenze elettorali d’Oltralpe. L’irruzione della politica in vicende di grande rilevanza per comprendere il Novecento, caratterizzato dal susseguirsi di episodi di persecuzioni di massa, non agevola la comprensione storica. Lo scenario non è nuovo. Alcuni anni fa, in occasione dell’approvazione della prima legge di condanna del genocidio, Pierre Nora, autorevole studioso e accademico di Francia, protestò contro i «tentativi di imbrigliare il lavoro dello storico».

Non è superfluo ricordare che ragioni politiche diverse da quelle odierne spinsero i diplomatici francesi sostenuti anche da quelli italiani, a rendere inoperante l’applicazione di alcuni articoli del trattato di Sèvres (nel 1920 la comunità internazionale chiedeva di processare i responsabili dei massacri) per evitare di toccare la suscettibilità dei «Giovani turchi». S’incontrarono allora diversi ostacoli per fornire le prove legali documentarie relative alle stragi. In quest’ambito, poi, la vittoria dei seguaci di Mustafa Kemal (fondatore della Repubblica dell’indipendenza e dell’unità turca) nel 1921 determinò l’invalidamento di tutti gli atti decisi subito dopo la fine della guerra dal Sultano; infatti «tutte le corti marziali furono abolite, i giudici arrestati e tutti i documenti processuali furono sottratti e fatti sparire: la rivincita del nazionalismo turco portò all’amnistia generale del 1923». Sul genocidio calò una spessa coltre di silenzio per circa mezzo secolo determinandone l’oblio.

I massacri in Anatolia balzarono di nuovo all’attenzione internazionale nel 1965 in occasione del 50° anniversario, andando incontro, però, ad un ostinato rifiuto da parte del governo turco, che alimentò, tra l’altro, una storiografia minimizzatrice, «sul presunto genocidio», avvalendosi anche di studiosi stranieri.

La commissione per i diritti umani dell’Onu, investita della questione alcuni anni dopo, in un rapporto finale del 1973 giunse alla conclusione che gli avvenimenti del 1915 costituirono «il primo genocidio del secolo». Da allora si susseguirono prese di posizioni ufficiali da parte dell’Onu e del parlamento europeo che nel 1987 riconobbe «il crimine di genocidio» e stabilì che il suo mancato riconoscimento costituiva «un ostacolo insormontabile» per l’ingresso della Turchia nella Comunità europea.

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