Martedì 26 Marzo 2019 | 02:51

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Liberalizzare sì ma sempre nell'orto del vicino

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Le liberalizzazioni sono una cosa buona e giusta. A condizione, però, che tocchino gli altri. Va avanti, da decenni, su questo binario la locomotiva tesa a riformare il sistema economico più ingessato dell’Occidente. A parole, tutti inneggiano all’obiettivo di liberalizzare. Nei fatti i veti incrociati favoriscono il partito trasversale dello status quo, che non vorrebbe rendere semplice nemmeno l’apertura di una cartoleria. A grandi linee, la storia degli stop reciproci si potrebbe riassumere così: la destra insiste principalmente per la liberalizzazione del lavoro dipendente, la sinistra invece preme soprattutto per la liberalizzazione del lavoro autonomo, cioè indipendente; la destra vuole riformare la legislazione su assunzioni e licenziamenti, la sinistra vuole modificare l’assetto corporativo delle cosiddette professioni borghesi o liberali. 

Il ping-pong è destinato a durare in eterno, perché nulla è più forte degli interessi costituiti. Anche perché la schematizzazione sopra delineata non fotografa alla lettera lo stato dell’ar te. La materia del mercato del lavoro è così vasta e dirompente, che riformatori e conservatori spaccano trasversalmente partiti e alleanze. Se il Pd, a dispetto dei sondaggi favorevoli, non ha spinto il piede sull’acceleratore per affrettare il ricorso alle urne - come è accaduto in Spagna - lo si deve, anche, al fatto che su un punto rovente, come l’articolo 18 sui licenziamenti, riformisti e tradizionalisti parlano due lingue diverse, quasi opposte: che avrebbero fatto una volta al governo, si sarebbero spaccati in due? Idem nel Pdl. Se le riforme liberali annunciate da Silvio Berlusconi non hanno fatto molta strada, la causa non va ricercata soltanto nel gioco di interdizione svolto dal tandem Bossi-Tremonti, ma anche nelle perplessità di altri settori del Pdl, quelli, ad esempio, più restii a intervenire, con intenti liberali, negli ordini professionali. 

Morale: meglio liberalizzare il campo del vicino, che per natura è sempre più verde. Ma la partita liberalizzazioni non si esaurisce nel bipolarismo delle riforme su lavoro dipendente e lavoro autonomo. Non hanno tutti i torti quanti reputano modeste le risorse che si recuperebbero da una deregulation totale di mestieri e professioni. Certo, i vantaggi non mancherebbero, ma da qui a pronosticare una ripresa economica più scattante di Cristiano Ronaldo ne corre. Di sicuro assai più vantaggiose sarebbero le liberalizzazioni in settori - lo ha sottolineato ieri Massimo Mucchetti - come la previdenza e l’energia. Ma si potrebbero aggiungere i servizi locali e quell’apparato parapolitico che ruota attorno alle municipalizzate, attività quasi sempre preservate da ogni obbligo di redditività. Invece, vedi le pensioni, va di moda - vero ministra Elsa Fornero? - ritornare al passato che, in questo caso, a differenza di quanto auspicava il grande Giuseppe Verdi (1813-1901) non sarà certo un progresso. 

L’ipoteca dello Stato sulle casse previdenziali dei professionisti tutto è tranne che una misura liberale. Anziché spingere verso una previdenza fondata su istituti autonomi che liberino l’Inps da pesi e oneri più ingombranti di un ippopotamo, la neoministra sembra procedere in senso contrario: tutto nel calderone dell’Inps. Anche a costo di espropriare una contribuzione e una gestione che non hanno mai succhiato un centesimo alle mammelle dello Stato. Legittimo il sospetto: il governo vuole fare cassa con le casse degli enti privati, perché non può varare una stangata dopo l’altra. Altro che riforma liberale. La confisca delle casse previdenziali avrebbe fatto la sua bella figura anche nell’Unione Sovietica di Peppone. 

E’ vero pure che ci sono liberalizzazioni e liberalizzazioni. La liberalizzazione del settore aereo ha prodotto buoni risultati per i viaggiatori che, se non fosse per il caro-petrolio, si sposterebbero a prezzi ancora più convenienti. Benefica anche la liberalizzazione dei telefoni. Basti pensare alla logica medievale che imperava nell’era del monopolio Sip: oggi, invece, i prezzi si rincorrono verso il basso, come si conviente a un regime di concorrenza. Male invece il bilancio sulla liberalizzazione del mercato assicurativo (troppi cartelli) e del trasporto autostradale e ferroviario. Ma, in questi casi, è lo Stato a barare, a fare il doppio gioco con le lobby pubbliche e private. Il Sud è la principale vittima dei monopòli nei trasporti, che decidono dove e quando investire sulla base di motivazioni che col mercato c’en - trano come il mare con il cielo. Sempre lo Stato, poi, decide dove e come investire, in campo energetico, ignorando quella procedura di scoperta che risponde al nome di concorrenza. E poi ci si chiede perché i mercati abbiano promosso la manovra dello spagnolo Rajoy, rimandando al 2012 la manovra dell’italiano Monti. Gli spagnoli, sia pure con i loro tempi, che non sono quelli del ferrarista Alonso, stanno approvando da sempre riforme e liberalizzazioni strutturali. I risultati si vedono. A cominciare dagli spread. Noi invece amiamo (solo) discutere di liberalizzazioni. E quando ci decidiamo a farle, non sempre scegliamo la via migliore. Anzi, siamo pure capaci di camminare contro senso. Come fa la Fornero con le casse previdenziali dei professionisti.

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