Domenica 24 Marzo 2019 | 05:48

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Lo scoglio referendum, la riforma dei poteri

di Giuseppe De Tomaso
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Ci mancava pure lo sciopero fiscale minacciato dalla Lega, i cui maggiorenti stanno pensando di sabotare l’Imu, la tassa che sostituisce l’Ici. Da partito di lotta e di governo, il Carroccio si prepara a trasformarsi in partito del caos, pur di recuperare il terreno perduto nel gradimento degli elettori. Un conto è protestare contro il caro-tasse, un conto è boicottare una legge dello Stato: qui entriamo nei recinti dei codici. Ma la Lega, che sembra voler ripercorrere il tragitto insurrezionale dei suoi albori, se ne infischia come Wesley Schneider si sta infischiando dell’Inter. 

Il richiamo della foresta attivato da Umberto Bossi è solo l’ultimo atto, in ordine di tempo, del riposizionamento di leader e partiti dopo la staffetta tra Silvio Berlusconi e Mario Monti a Palazzo Chigi. Nel giro di un mese si è verificato l’imprevedibile: una maggioranza di larghe intese, il varo di una manovra lacrime e sangue, l’ingiallimento della foto di Vasto (il patto unitario tra Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro), il divorzio tra Lega e Pdl. E altri colpi di scena s’intravvedono all’orizzonte. Basti pensare che tra poche settimane la Corte Costituzionale si esprimerà sull’ammissibilità del referendum per l’abrogazione del Porcellum (il sistema dei candidati prescelti dalle segreterie) e per la reintroduzione del Mattarellum (modello elettorale per metà maggioritario per metà proporzionale). 

Se la Corte dovesse dare il via libera alla consultazione tesa a blindare definitivamente il sistema in senso bipolare, potrebbe scoppiare un quarantotto, con effetti a catena anche per il governo dei tecnici. Insomma. Il rischio che la relativa stabilità assicurata dalla soluzione Monti possa svanire prima del previsto, e non di certo per l’aspra conflittualità su pensioni e tassazioni, è tutt’altro che scongiurato. Nel 2012 sarà la decisione della Corte sul referendum l’evento in grado di mutare lo scenario politico, a cominciare dalle alleanze. Ma può il governo Monti rimanere neutrale sulla questione delle regole? In teoria, sì. Nessuno lo obbliga a schierarsi sui quesiti referendari e sulle questioni istituzionali. In fondo, la neutralità su questi temi costituisce la polizza assicurativa più efficace per la sopravvivenza dell’esecutivo. 

Nei fatti, però, sarà difficile rimanerne al di fuori, soprattutto se, come dicevamo, la Consulta dovesse «promuovere » il referendum anti-Porcellum. Ora. Fino a quando Berlusconi (portatore di un conflitto di interessi) era il règolo della politica nazionale, pensare di affrontare il problema dei poteri, della stabilità e dell’ef ficienza del sistema, poteva apparire un paradosso o una provocazione. Nessuno poteva solo ipotizzare di mettere sul tavolo l’idea di irrobustire le competenze del premier che in Italia conta meno di un presidente regionale o di un sindaco. 

Esempio: il presidente del Consiglio non può licenziare un suo ministro, invece un sindaco o un presidente di Regione o di Provincia possono dimissionare tutti gli assessori che vogliono. Il premier è solo un primus inter pares, il sindaco è invece un primus super pares. Non a caso Monti ha voluto conservare per sé il decisivo controllo del ministero dell’Economia. Troppo fresco era il ricordo dell’incompatibilità tra Berlusconi e Giulio Tremonti per sottovalutarne la lezione e il monito. Meglio non rischiare di dover convivere con un ministro che avrebbe voluto e potuto procedere in modo diverso su stangate e manovre varie. Ma l’accorgimento cui è ricorso Monti per evitare il bis della diarchia Berlusconi-Tremonti rappresenta lo spot più convincente per rimettere in agenda la questione dei poteri. Indipendentemente dal futuro verdetto della Corte, il referendum costituisce l’occasione ideale per avviare la discussione. 

Conta di più per la stabilità di governo un sistema elettorale bipolare o, invece, il primato effettivo del presidente del Consiglio sui suoi ministri? Conta di più il modello maggioritario all’inglese o, invece, un premier che possa, all’occor renza, sciogliere le Camere per sottrarsi ai ricatti di lobby e postulanti vari (politici e no)? Conta di più sapere con certezza chi ha vinto le elezioni o, invece, sapere che solo l’istituto della sfiducia costruttiva (un governo già pronto a subentrare) potrebbe far cadere l’esecutivo in carica? Forse non è il momento più adatto per dibattere di argomenti assai lontani dalle occupazioni e preoccupazioni del cittadino medio. Ma forse sì. 

La riforma (costituzionale) dei poteri dello Stato è la riforma delle riforme. Da essa dipende il buon governo dello Stato, e anche dell’economia. Da essa dipende anche la giustezza degli interventi anti-crisi. La politica economica non può ridursi a uno scambio permanente di ricatti e favori, col risultato di far volare la spesa pubblica che, tuttora, è considerata la vera faccia della politica tout court. Se alcuni allievi di MM hanno sottolineato più di una contraddizione tra gli scritti/insegnamenti del Professore e certe decisioni del suo governo, la ragione è chiara come l’acqua: il premier, anche quello più blindato di un carro armato, spesso, per non cadere, è costretto a sposare idee che non condivide.

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