Martedì 26 Marzo 2019 | 18:04

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Professionisti, la Manovra a tenaglia del Governo

di Michele Partipilo
di MICHELE PARTIPILO

Nel paniere delle liberalizzazioni rientrano anche gli Ordini professionali, sui quali sembra si stia concentrando l’azione dei governi: prima con Tremonti, ora con la Fornero. La manovra è a tenaglia e si muove su due fronti: uno è politico-istituzionale, l’altro economico-previdenziale. Prima di proseguire occorre ricordare che ci sono in Italia 27 Ordini o Collegi professionali. Alcuni sono molto affollati (medici, 350mila iscritti) altri decisamente inconsistenti (attuari, 700 iscritti). L’esistenza di un così ampio numero di Ordini è una peculiarità italiana legata al sistema giuridico e all’innata propensione a garantirsi dei privilegi, tanto che alcuni Ordini sono regolati ancora da norme corporative di epoca fascista. 

La principale, se non l’unica, ragione di esistenza di un Ordine professionale è invece l’interesse pubblico che è chiamato a tutelare. Laddove questo interesse sia basso o inesistente, l’Ordine è superfluo. Per esempio, l’Ordine dei medici si fa garante della preparazione e del comportamento dei suoi iscritti rispetto a un bene essenziale come la salute. Estremizzando questo ragionamento, alcuni sostengono che gli unici Ordini da salvare siano quelli che hanno rilevanza costituzionale e cioè medici (art. 32), avvocati (art. 24) e giornalisti (art. 21). 

È utile ricordare che l’attività degli Ordini professionali si regge sui contributi dei soli iscritti: non un centesimo pubblico viene versato, né vi sono sconti o privilegi di natura fiscale, Ici e Iva comprese. Ciò premesso veniamo alle mosse dei governi. Il decreto Tremonti (n. 138/2011, convertito nella legge 148/2011) impone che entro il 13 agosto prossimo un decreto presidenziale (cioè un atto del governo controfirmato dal presidente della Repubblica) modifichi le leggi di tutti gli Ordini professionali adeguandoli ai principi della concorrenza, distinguendo l’attività disciplinare da quella amministrativa, abolendo tariffe e liberalizzando le attività commerciali, introducendo gli obblighi della formazione continua e delle assicurazioni professionali. In linea teorica sono modifiche condivisibili se si tenesse conto però delle specificità di ciascun Ordine.

Per esempio, per noi giornalisti è difficile stipulare un’assicurazione sui danni derivanti dall’esercizio della professione, in quanto si tratta quasi sempre di danno da diffamazione, cioè di natura dolosa. Le assicurazioni possono invece coprire solo i danni derivanti da una condotta colposa. 
A proposito dei giornalisti, sia consentita una parentesi di bottega. L’aspetto più problematico per noi riguarda i circa 75mila pubblicisti (su 110mila giornalisti iscritti all’Ordine) che secondo le norme della legge 148/2011 non potrebbero restare iscritti in quanto non svolgono un tirocinio né sostengono un esame di Stato. Come fare? L’opinione dominante sostiene che alla fine ci sarà un accomodamento all’italiana. Chi scrive ritiene invece che sarebbe più saggio giocare d’anticipo proponendo al governo soluzioni di mediazione. Chiusa parentesi. 

A rafforzare la posizione del governo Berlusconi è intervenuto il governo Monti. Nel decreto legge (211/2011) già approvato alla Camera e ora all’esame del Senato, si ribadisce la tassatività della scadenza del 13 agosto e si precisa che decadranno quelle norme in contrasto con l’articolo 3, comma 5 (lettere da A a G) della legge 148. In una prima versione si sosteneva addirittura che dopo il 13 agosto, se non fossero stati emanati i decreti presidenziali, sarebbero automaticamente decaduti tutti gli Ordini. Che cosa stanno facendo questi ultimi? Poco e forse anche male. La strategia fino a qui seguita punta sul fare un fronte unico – pur avendo in molti casi esigenze diverse – attraverso un organismo di coordinamento: il Cup. La convinzione è che uniti e facendo azioni di lobby, alla fine la «liberalizzazione» si fermi, come in effetti è accaduto con farmacie e taxi. 

Nessuno, comunque, si sta preoccupando di informare gli unici soggetti davvero interessati, cioè i cittadini, rispetto ai quali – come già detto – gli Ordini trovano una ragione d’esistere. 

L’altro fronte aperto dal governo riguarda le Casse di previdenza degli Ordini professionali. Anche qui una piccola premessa. La Casse si reggono con i soli versamenti degli iscritti, notevolmente più alti di quelli pagati all’Inps, e dunque per questo in grado di offrire più servizi e pensioni migliori. Il valore di tutte le casse professionali viene attualmente stimato in circa 50miliardi di euro, il corrispettivo di due «manovre» di media entità. Sempre il decreto in via di conversione al Senato concede sei mesi di tempo (entro il 30 giugno) per approvare i bilanci tecnici con una prospettiva di 50 anni: dovranno indicare, dice l'articolo 24 (comma 24) «misure volte ad assicurare l'equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche». 
I calcoli attuariali oggi si limitano invece a un periodo di 30 anni ed è consentito attingere alla rendita patrimoniale in caso di previsione negativa. Invece, come si evince chiaramente dal testo, le Casse dovranno dimostrare, numeri alla mano, che per 50 anni i soli contributi incassati dagli iscritti sono sufficienti a pagare le pensioni. Un’impresa disperata. 

Fra le 20 casse esistenti, solo l’Enpam (medici) dice di avere i numeri in regola. In molti sospettano che il governo voglia in realtà concentrare le 20 casse in un «super-Inps». Alla scadenza prevista dal decreto, cioè dal 1° luglio 2012, in caso di «bocciatura» dei bilanci attuariali, lo stesso articolo 24 prevede l’applicazione del sistema contributivo ai professionisti in attività (giornalisti compresi, è ovvio) e contributo di solidarietà, per gli anni 2012 e 2013, a carico dei pensionati nella misura dell'1 per cento. Le due misure scattano dal 1° gennaio 2012 e la ministra Fornero, da sempre fieramente contraria alle Casse private, è determinata ad applicare le norme con il massimo rigore. Va da sé che ogni singola Cassa può restare in vita se ha alle spalle una categoria professionale, cioè un Ordine di riferimento. Per cui anche attraverso la soppressione di un Ordine si può arrivare a inglobare la relativa Cassa in un «super-Inps». 

Da questo quadro emerge con chiarezza la volontà di agire più che in favore delle «liberalizzazioni», cosa buona e giusta, nei confronti delle categorie professionali i cui patrimoni – sia dei singoli Ordini, sia delle rispettive Casse previdenziali – in questo momento potrebbero risolvere molti problemi. Non c’è dubbio che oggi vi siano molti aspetti corporativi che vanno espunti o corretti, ma trincerarsi dietro queste condivisibili esigenze solo per arrivare a mettere le mani in tasca, fa pensare se non a una rapina, certamente a un furto con destrezza.

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