Martedì 26 Marzo 2019 | 18:03

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Per un’economia del «meno e meglio»

di Gino Dato
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La de-crescita non de-stabilizza. Se la liberiamo di quel «de» privativo, possiamo oggi capire che non sempre il ben-essere di un paese aumenta con l’incremento del Prodotto interno lordo. Il vero benessere è quello che allarga la serenità dei bambini e degli anziani, che dissolve la paura e la criminalità delle città, che puntella le relazioni tra gli uomini, che afferma la bellezza dei paesaggi. Per questo, soprattutto per i giorni che ci attendono, dobbiamo imparare a scandire e a congiungere il «Meno e meglio» scartando il più e il peggio. Meno e meglio è il titolo efficace dell’ultimo saggio che Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice, ha affidato ai tipi di Bruno Mondadori. Per ribadire l’opposizione agli energumeni del Pil, per riaffermare che dobbiamo decrescere per progredire. 

Ci spiega come si fa? Addirittura la decrescita oggi può produrre il progresso? «La crescita economica non misura, come si crede, la quantità dei beni e dei servizi forniti da un sistema economico e produttivo perché il parametro che si utilizza, il Prodotto interno lordo (Pil), è un indicatore monetario e, come tale, può prendere in considerazione soltanto gli oggetti e servizi scambiati con denaro, cioè le merci. Ma ci sono merci che non hanno nessuna utilità, per esempio l’energia che si spreca in una casa mal costruita e piena di spifferi, e ci sono beni che si possono autoprodurre senza comprarli, basta pensare a quante cose si facevano in casa fino a qualche generazione fa, e beni che non si possono comprare, i cosiddetti beni relazionali». 

Qualche esempio? «Una casa ben costruita può consumare da un terzo a un decimo della media delle case italiane. Se si consuma meno gas e meno gasolio a parità di benessere il Pil diminuisce, ma la qualità della vita migliora perché si riducono le emissioni di gas serra. Per ridurre gli sprechi di energia nelle case occorrono tecnologie costruttive e impiantistiche più evolute di quelle con cui si sono costruite le case negli ultimi decenni. Tecnologie più evolute per ridurre i costi e i danni ambientali: non è un progresso?». 

Ancora. «Due genitori che, invece di dedicare il meglio delle loro energie a produrre merci per avere i soldi necessari a comprare ai loro figli giocattoli di plastica che diventano in pochi giorni rifiuti, scelgono di dedicare il meglio delle loro energie a soddisfare il bisogno d’affetto dei propri figli riducendo il tempo che dedicano alla produzione di merci, fanno decrescere il Pil, ma rendono più felici se stessi e i loro figli. Non è un progresso?».

Progresso e benessere, allora, a braccetto? «Se per progresso s’intende la crescita della potenza tecnologica con cui si trasformano le risorse della natura in merci destinate a diventare in tempi sempre più brevi rifiuti, questo progresso non va a braccetto col benessere. Se invece s’intende un progresso tecnologico finalizzato a ridurre l’impronta ecologica (ridurre gli sprechi, aumentare l’efficienza energetica e la durata di vita delle merci, recuperare le materie prime contenute negli oggetti dismessi, ridurre le emissioni inquinanti) e a migliorare la qualità della vita umana (igiene, prevenzione delle malattie, cura), questi progressi migliorano il benessere». 

Come spiegherebbe con la razionalità il concetto di «ciò che non serve»? «Basta fare degli esempi concreti. Non serve l’energia che si spreca in case mal costruite, in macchine inefficienti, in trasporti inutili di merci che si possono produrre a filiera corta, non servono il cibo che si butta (è il 3 per cento del Pil), i vegetali fuori stagione, l’usa e getta, gli imballaggi ridondanti».

E come governeremo le pulsioni? Gli acquisti non vengono sempre dettati dal bisogno o dalla razionalità. «In realtà le pulsioni le stanno governando coloro che ci inducono a un consumismo compulsivo che non crea benessere ma sofferenza. La spinta a identificare il nuovo col meglio crea uno stato di insoddisfazione permanente, perché nel futuro c’è sempre un più nuovo pronto a far diventare vecchio il nuovo appena comprato, mentre gli esseri umani hanno bisogno di stabilità per sentirsi sicuri e appagati affettivamente». 

Quali sono i settori produttivi che portano le maggiori sfide alla nuova filosofia? «È tutta l’organizzazione economica e produttiva finalizzata alla crescita a resistere alla nuova filosofia, ma soprattutto i settori che hanno trainato la crescita nei decenni passati: l’edilizia, l’automobile, gli elettrodomestici, l’elettronica di consumo». 

Esistono tipologie per età o per professione che resistono maggiormente a questa rivoluzione epocale? «Per età, non direi. Per professione tutti coloro che sono rimasti alle cose che hanno imparato nel corso della loro formazione professionale e non sentono il bisogno d’aggiornarsi». 

Guardiamo all'Italia di questi giorni. Riusciremo a conciliare decrescita e uscita dalla crisi? «Teoricamente l’unica strada per uscire dalla crisi è la decrescita. Se al centro della politica industriale si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente (i nostri edifici consumano il triplo di quelli tedeschi), ridurremmo gli sprechi, risparmieremmo dei soldi e potremmo pagare i salari e gli stipendi di tutte le persone necessarie a ristrutturare gli edifici in modo da ridurne gli sprechi. Ma sono convinto che non si farà».

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