Domenica 24 Marzo 2019 | 05:37

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Tassate tassate si salveranno i peggiori

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Raccontano che durante una vivace discussione sul debito pubblico italiano, l’ex ministro dell’Economia del Belpaese non si sia fatto prendere dallo sconforto per la severità delle accuse da parte di tedeschi e francesi e che, anzi, sia passato al contrattacco. Con un apologo degno di Menenio Agrippa. «Cari colleghi - è il sunto del ragionamento illustrato da Giulio Tremonti ai ministri di Berlino e Parigi -, al posto vostro andrei cauto con le requisitorie contro l’Italia. A differenza del mio omologo greco, io ho due tasche speciali. La prima contiene 1.900 miliardi di debito pubblico. La seconda contiene 8mila miliardi di ricchezza e risparmi privati degli italiani. Secondo voi, può mai fallire uno Stato la cui ricchezza privata è più di quattro volte superiore al maxi-debito pubblico? Io direi di no».

«Male che vada, preleveremo denari dalla tasca ricca per trasferirli nella tasca povera. Siete in grado di poter fare altrettanto nei vostri Paesi, visto che non potreste ricorrere a risorse private così ingenti?».

Non si conosce la risposta degli interlocutori europei di fronte a un’argomentazione più inappuntabile di una giacca di Armani. Sarà forse per questa ragione che il travaso di sostanze dai conti privati alle casse pubbliche non conosce pause, pur producendo un imponente effetto collaterale: la fuga dei capitali all’estero, soprattutto in Svizzera da cui ripartirebbero per la più lontana e tranquilla Singapore. Il che sta alimentando il più atroce degli incubi. Vuoi vedere che, tra febbraio e aprile 2012, quando giungeranno a scadenza più di 90 miliardi di obbligazioni statali, potrebbero mancare i quattrini necessari per le aste di rinnovo? Speriamo di no. Ma, se così fosse, non ci salverebbe neppure Padre Pio.

Ora. Che tutti gli italiani, come ha ricordato l’altro ieri lo stesso presidente Napolitano, debbano fare sacrifìci, in base alle proprie possibilità, per rimettere in sesto i conti dello Stato, non solo è scontato: è pure doveroso. Ma anche lo Stato, cioè la nomenklatura, ha più di un sacrificio da fare, a cominciare dalla rinuncia ai suoi due vizi strutturali: sprecare la ricchezza prodotta dai cittadini e ingrassare come un ingordo. Né vale, a mo’ di giustificazione, la machiavellica riflessione dell’ex premier lussemburghese Jean Claude Juncker: «I politici sanno quello che devono fare, ma non sanno come essere rieletti dopo aver fatto queste cose». Non a caso, nei momenti più critici, la politica, pur di non firmare le stangate più impopolari, si rivolge alle tecnocrazie, quelle che un esperto della materia come l’avvocato Gianni Agnelli (1921-2003) definiva le «forze della desovranizzazione».

Sulla carta le tecnocrazie dovrebbero agire senza fare sconti a nessuno. In realtà, anche il «governo dei migliori» è afflitto dalle debolezze che affliggono l’intero genere umano: invidie, gelosie, calcoli, retropensieri, cinismi, ambizioni, carrierismi. E siccome le tecnocrazie sanno ben valutare il differente peso tra la tasca dei debiti e la tasca dei soldi, la tentazione di affondare le mani nei portafogli di cittadini e famiglie diventa, anche per loro, più irresistibile di una crociera con Miss Mondo. In breve: a larghi settori delle istituzioni non deve apparire vero che la ricchezza degli italiani sia stratosferica rispetto ai debiti dello Stato. Ma, anziché pagare le cambiali iniziando a vendere il patrimonio pubblico, l’escamotage più diffuso pare quello di avviare un bel programma di espropriazione dei beni privati, contrabbandandolo come un piano di redistribuzione della ricchezza. (Ma, per inciso, all’accumulazione da cui far scaturire l’eventuale redistribuzione, chi ci pensa?).

La verità è che la politica moderna ha trovato nel concetto di redistribuzione il lasciapassare per la tassazione (espropriazione) a pie’ sospinto. C’è il partito che dichiara di voler togliere ai ricchi per dare ai poveri. C’è il partito che vuole togliere ai ricchi, ma solo gradualmente. C’è poi il partito che non vuole intervenire, però qualche balzello alla fine lo auspica. Ma a quale livello di tassazione si vuole arrivare? Già adesso l’imposizione ufficiale oscilla sul 45%, ma quella reale è di dieci punti più alta. E domani? Né serve ricordare che nessuna crescita è possibile in presenza di una spesa pubblica oltre il 40% del Pil e di un rapporto debito pubblico-Pil oltre il 90% (il carico degli interessi blocca ogni tentativo di sviluppo).

Non sappiamo quale sarà il secondo tempo della manovra di Monti. Sappiamo solo che la crescita, economica e civile, è incompatibile con i salassi fiscali. Tassando e tartassando, non solo aumenta il timore di passare dalla recessione alla depressione, ma sale anche il rischio di mettere fuori mercato, cioè fuori gioco, l’economia sana, l’imprenditoria più onesta. I numerosi suicidi verificatisi di recente tra i padroncini piegati dalla crisi sono un’avvisaglia allarmante. A meno che non ci si debba rassegnare a un bipolarismo sociale di questo tipo: in basso i poveri (compreso il ceto medio proletarizzato), in alto gli evasori, i delinquenti, i faccendieri e gli esemplari affini. Saranno solo questi ultimi i nuovi e forse gli unici ricchi.

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