Martedì 26 Marzo 2019 | 17:03

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Liberalizzare stanca già prima di cominciare

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

In Italia è più facile scalare il Monte Bianco a piedi nudi che liberalizzare un servizio o un esercizio. Eppure, almeno a parole, tutti esaltano la concorrenza, premessa indispensabile per la qualità delle offerte, per l’efficienza delle prestazioni, per la moderazione dei prezzi e per l’aumento dell’occupazione. Nulla da fare. Appena un governo si azzarda a voler eliminare i privilegi corporativi, si scatena il putiferio. E il tentativo svanisce. Il più delle volte, poi, alle liberalizzazioni mancate segue un piano di nuovi protezionismi di categoria. Comunque: un giorno alzano le barricate i tassisti, un giorno i farmacisti, e via protestando. Morale: tutto rimane come prima, perché nessuno ha la forza di affrontare l’opposizione delle lobby ribelli. 

Da decenni, la classe politica tradizionale ha deciso di scaricare sulla fiscalità generale, cioè sulla platea dei contribuenti, il costo di un’economia più protetta di una neonata in culla. Ma il prezzo più salato del corporativismo endemico lo pagano soprattutto i consumatori, chiamati a sborsare per un prodotto o per un servizio (preservato dalla competizione) una cifra assai più alta di quella che si pagherebbe nel resto d’Europa. Ma fino a quando potrà reggere un sistema così ingessato? Gli ultimi giorni del 2011 ci stanno lasciando una pesante eredità: la Germania ha accettato di non rompere il patto europeo a condizione di poter eterodirigere le economie degli alleati traballanti. Il che, per una nazione come l’Italia, significa affidare al socio berlinese la vera titolarità della politica economica nazionale che, infine, potrebbe sfociare nell’assoluta impraticabilità di una politica economica autonoma, visto che difficilmente la signora Merkel, o chi per lei, autorizzerebbe in futuro, per Roma, un taglio alle tasse da infarto varate con l’ultima stangata. E siccome di riforme e riformette si parla quasi esclusivamente nei convegni, andrà a finire che anche la prossima manovra sarà un altro pieno di tasse, alla faccia di quanti giudicavano insostenibile il precedente livello impositivo, quello ereditato da Mario Monti al momento dell’in - vestitura a presidente del Consiglio. Beninteso. 

Le liberalizzazioni, che comportano il più delle volte l’avvio di un mercato concorrenziale, non più monopolistico, non sono la medicina miracolosa che potrebbe guarire ogni malanno. Ma costituiscono un segnale importante, soprattutto verso chi, all’estero, guarda con estrema diffidenza i piani di rientro presentati dai governi italiani. Liberalizzare, per i mercati stranieri, significa che anche il Paese più statalistico e corporativo del pianeta intende voltare pagina, aprirsi a una società aperta e sburocratizzata. La qual cosa, per chi vede nel saliscendi dello spread , la riedizione del vangelo sul versante finanziario, il test più efficace sullo stato di salute di un’economia, rappresenta un’iniezione di fiducia all’indirizzo dell’intero Stivale. 

Monti è arrivato al vertice del governo con una golden share (azione d’oro) che tutti gli invidiano: poter mettere i partiti di fronte ai fatti compiuti, pena lo scioglimento della legislatura e la bocciatura definitiva da parte di speculatori e governanti forestieri. Nonché degli elettori. Le prime dichiarazioni del neopremier hanno avvalorato questa sensazione: il Professore non guarderà in faccia nessuno. Invece, a partire dalla manovrona-choc (che si è imposta con una valanga di tasse), per finire all’incertezza sulle liberalizzazioni/privatizzazioni, l’impressione generale è che anche il governo dei tecnici sia prigioniero di gruppi e sottogruppi, correnti e sottocorrenti, lobbies e corporazioni. Altro che liberalizzazioni. Solo sul rialzo delle imposte Palazzo Chigi ha operato con la determinazione di un carro armato. Per il resto ha dovuto sottostare ai vecchi riti della politica che, quasi sempre sfociano in mediazioni oliate dal pubblico denaro. 

Non vogliamo dare suggerimenti a nessuno. Ma Monti ha avuto a disposizione un jolly irripetibile: avviare una stagione di riforme, non di manovre; dimostrare che il debito pubblico si può attaccare non solo tassando e tartassando, ma soprattutto tagliando sprechi e costi degli apparati; varare finalmente un programma di liberalizzazioni sulla scia di quanto richiestoci dall’Europa e dai finanziatori vari. Certo, forse è vero che governare gli italiani è difficile, e spesso inutile. Però, è altrettanto vero che chi è nato, come Monti, per acquisire stima politica e non consenso elettorale, ha un imperativo categorico da rispettare: fare quello che ritiene giusto, e poi accada quel che deve accadere. Se, invece, un governo si spaventa per il no a una liberalizzazione, tanto vale allora mettersi l’anima in pace e affidare alla classe politica la gestione di una crisi che rischia di avvicinarci al Sudamerica di qualche annetto fa.

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