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Sugli immigrati Napolitano ha ragione

di Nunzio Smacchia
Il rifiuto del sindaco di San Giovanni Rotondo di accogliere gli immigrati in strutture alberghiere secondo la convenzione stipulata con la Protezione Civile della Regione Puglia, espresso nella convinzione che tra gli immigrati-profughi potessero esserci eventuali cellule terroristiche, ha creato sconcerto. Criminalizzare aprioristicamente gli stranieri, considerandoli addirittura dei terroristi, appare un po’ esagerato, soprattutto se si tiene conto che una tale dichiarazione viene fatta dal primo cittadino di uno dei maggiori centri della cristianità mondiale. 

VANGELO - Evidentemente il nostro politico non conosce bene il passo del Vangelo secondo Matteo (25,31-46) là dove dice: “… ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…”. Questo passo evangelico non gli ha insegnato nulla circa l’amore e la carità cristiana che si deve avere verso gli altri, i “diversi” e gli stranieri immigrati. Sono espressioni razziste e xenofobe che di certo non fanno onore a nessuno e che forse nascondono una profonda incultura sulla natura e sullo status di immigrati non solo in Italia, ma anche in tutta Europa. Si fa presto a etichettare come criminali gli stranieri e a discriminarli per il solo fatto di esistere, di essere scuri di pelle o di professare una religione diversa dalla nostra. Eppure si è creata una sorta di convinzione sociale ipocrita, dualistica, fintamente democratica di una parte della società che da un lato vuole gli immigrati, li pretende, perché utili, indispensabili come forza lavoro, dall’altro, però, li emargina, perché non li gradisce e non li sopporta. Affiora una concezione strabica, perché si sente l’esigenza di utilizzarli, di servirsi della loro laboriosità, delle loro braccia da utilizzare dappertutto, da spremere, da sfruttare, purchè, però, siano discreti, silenziosi, non diano fastidio, siano quasi invisibili, una specie di plebe moderna, che vive all’ombra e agli ordini dei patrizi di una società racchiusa in se stessa, che non li vuole vedere e non li vuole sentire, che li obbliga solo a lavorare, a soffocare in loro ogni dignità e aspirazioni e a non farli crescere nella collettività ospitante. 
Gli immigrati vengono continuamente, quotidianamente intimiditi, minacciati e dai più intolleranti sono ritenuti invasori, rubalavoro, delinquenti, stupratori, spacciatori e dediti ad attività criminali, le più varie e remunerative. La loro presenza è vista in maniera schizofrenica: socialmente utili e validi per il mondo del lavoro, ma ontologicamente violenti e poco graditi dalla società, come fossero demoni venuti da chissà dove. L’approccio che si ha con loro è di diffidenza e di intransigenza, ma, anziché criminalizzarli, si deve comprendere che sono esseri umani con legittimi desideri, con le loro debolezze, le loro fragilità, con le loro sensibilità. Si ha a torto paura dei “clandestini”, considerati ormai rappresentanti di un pericoloso, nuovo genere umano, nati per delinquere, destinatari di nuove fattispecie penali (come quella del reato di clandestinità) e diventati oggetto di continue rappresentazioni mediatico-propagandistiche che li classifica criminali; hanno fatto la fortuna di quei politici che hanno adottato provvedimenti restrittivi nei loro confronti, per raccogliere consensi, non tenendo conto che milioni di immigrati, lavorando per il benessere e la crescita del nostro Paese, vogliono conquistare la tanta agognata cittadinanza italiana. 

AMBIZIONE - Ma questa ambizione di ottenere l’inserimento nel nostro tessuto sociale e la loro totale accettazione culturale sembra che si trasformi in una corsa ad ostacoli, in una supplica indulgente, la cui richiesta è affidata nelle mani di una burocrazia irriconoscente, che discrimina i cittadini in base allo ius sanguinis o al colore della pelle. L’endemica povertà che accompagna da sempre gli immigrati viene considerata un crimine, uno status difficile da scrollarsi di dosso, che li marchia inesorabilmente. E nella letteratura socio-criminologica se gli stanieri sono irregolari, sono anche pericolosi, e particolarmente significativo è il rapporto che si genera fra immigrazione e criminalità in presenza dell’illegalità rappresentata dalla mancanza del permesso di soggiorno e dal meccanismo penal-amministrativo costituito dall’espulsione o dall’ordine di allontanamento. E’ attraverso il mancato rispetto di queste forme giuridiche che si attua la criminalizzazione degli stranieri, sospesi tra l’emarginazione e la clandestinità. E invece di facilitare la loro integrazione, siamo riusciti solo a permettere la coesistenza di gruppi che vivono fianco a fianco senza mescolarsi, preservando ciascuno la propria identità culturale, etnica e religiosa, incapaci di creare un’interculturalità, provocando una situazione in cui siamo “noi in mezzo a loro e loro in mezzo a noi” (Geertz,1994). Si deve al contrario attuare una politica di sincera accoglienza verso “loro”, perché diventino “noi”. 

Bravo Napolitano. Occorre farli uscire dal recinto della loro estraneità, del loro essere “immigrati”, per farli amalgamare con la nostra comunità, perché si sentano come “noi”.

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