Martedì 26 Marzo 2019 | 11:23

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Schiaffo a Bossi prova del nove su crescita e Mezzogiorno

di Giuseppe De Tomaso
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Cesare Prandelli (pardon Giorgio Napolitano) direbbe che il nuovo governo è una squadra a due punte: Mario Monti nel ruolo di centravanti puro, Corrado Passera nel ruolo di uomo assist. Nella formazione del nuovo esecutivo composto solo di tecnici ed esperti si può leggere l’intero Monti-pensiero, la filosofia del neopremier, che non si discosta di molto dalla linea del Quirinale e della Banca europea (Mario Draghi) di Francoforte.

L’economia, innanzitutto. Se in America si dice che nessun presidente in carica è stato rieletto in presenza di una disoccupazione superiore al 9 per cento, in Italia si sa che i governi possono resistere a tutto, persino alle lacerazioni più drammatiche, tranne alle stroncature da parte dei mercati finanziari. 

Non a caso Monti ha voluto preservare per sé il ministero dell’Economia che, come dimostra il burrascoso ménage tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, conta assai più della stessa presidenza del Consiglio. Il neopremier concentrerà la sua azione soprattutto in campo economico, con un duplice obiettivo: attivare la crescita e ridurre il debito pubblico. Privatizzazioni, patrimoniali, riforme previdenziali. Vedremo come si muoverà il Professore che, da antico studioso delle politiche di rilancio, ha voluto accanto a sé il banchiere Passera. Il cui incarico sarà quello di coordinare sviluppo e infrastrutture, di convincere Bruxelles sull’affidabilità dei nostri progetti in materia di opere pubbliche, per cercare di svincolare quei soldi europei che dovessero restare congelati per la diffidenza verso i conti pubblici in rosso e l’incapacità di spendere dello Stivale.

La scelta di Passera risulterà particolarmente apprezzata da Berlusconi, che in passato aveva manifestato l’intenzione di sostituire Tremonti proprio con l’amministratore delegato di Banca Intesa. Ma il Divo Giulio era più inamovibile del Monte Bianco. Ecco, se c’è una decisione che il Cavaliere invidierà al suo successore, quella del doppio incarico (guida del governo e dell’economia) rimarrà la più agognata (e rimpianta). Ad un certo punto del suo mandato, Berlusconi deve aver provato la sconfortante sensazione di essere, più che il capo del governo, il capo dell’opposizione a Tremonti. Di sicuro, il Fondatore del centrodestra si sentirà (più) tranquillo con Monti e Passera, da lui omaggiati in molteplici circostanze.

Con il tramonto di Tremonti, il più leghista tra i pidiellini, sfuma anche la golden share (azione d’oro) che la Lega faceva pesare ogni giorno in funzione anti-meridionale. Il ministro Raffaele Fitto ha dovuto fare i salti mortali, gliene hanno dato atto i presidenti delle Regioni meridionali, per scardinare il muro eretto dal titolare dell’Economia sui Fondi destinati al Mezzogiorno, e, sia pure lottando, più di un risultato lo ha portato a casa. Ma il Mezzogiorno non era considerato il principale problema del Paese dall’anima nordista della coalizione. Logico che si dovesse porre rimedio a questa singolare concezione dell’unità, anzi della disunità nazionale.

Monti lo ha fatto con chiarezza. Addio ai vari ministeri del federalismo (riforma più costosa di una gioielleria parigina), la cui ripartenza pare rinviata alle calende greche. Rimane solo il ministero della coesione, che non sarà per filo e per segno la riedizione del vecchio ministero del Mezzogiorno (meno male), ma di certo rappresenta, già dal nome e sul piano simbolico, un obiettivo opposto alla provocazione padana: il Sud è la questione delle questioni. Il neoministro Fabrizio Barca non è un aedo del liberismo, ma non è nemmeno un tifoso dell’assistenza per l’assistenza o delle clientele sotto mentite spoglie. Anzi. Pochi conoscono come lui la realtà del Meridione, le potenzialità delle singole aree, gli interventi mirati da proporre e sostenere. La reazione furente della Lega dopo la sparizione del ministero di Bossi sta a testimoniare che Monti ha fatto centro, il che ieri mattina gli ha procurato i complimenti del Capo dello Stato.

Sulla carta l’assenza di politici al governo potrebbe rappresentare un limite, ma Monti ha già lasciato intendere che questa esclusione potrebbe rivelarsi vantaggiosa. Per ora, tutti appaiono soddisfatti, a cominciare dai partiti maggiori. Il Pd e il Pdl si ritrovano a essere alleati nel sostegno a Monti, ma senza l’imbarazzo di partecipare con i loro esponenti alle sedute del Consiglio dei ministri. Berlusconi trova nella delegazione dei tecnici personalità (a cominciare dalla neoresponsabile della Giustizia) tutt’altro che prevenute nei suoi confronti. Bersani può riprendere a tessere la sua tela senza l’incubo degli strappi di Di Pietro, che gli avrebbero rovinato più di una giornata se tra i ministri fosse spuntato qualche dirigente democratico.

Ma resta Napolitano il garante numero uno del team di qualità allestito da Monti, il cui unico neo è non aver arruolato anche qualche eccellenza del Sud. Se il premier vorrà giocare bene come il Balotelli di questi mesi, il Capo dello Stato lo proteggerà come sta facendo il ct Prandelli con l’altro super-Mario della nazione. È la natura dei governi del Presidente, di cui quello appena nato costituisce forse la forma e la formula più inedite. Comunque: ora si parrà la nobilitate del Professore. Prima tappa: riguadagnare la fiducia dei mercati internazionali. Lo sapremo già oggi dopo le dichiarazioni programmatiche del più anglosassone tra i premier che potessero capitare agli italiani.

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