Domenica 24 Marzo 2019 | 11:41

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Contro la crisi viva l’ambiente

di Giorgio Nebbia
di GIORGIO NEBBIA
Quando leggerete queste righe sarà vicina la costituzione del nuovo governo che dovrà affrontare gravi problemi, principalmente quelli del pareggio del bilancio dello Stato e della “crescita” della produzione e dei consumi. Fra le cause della crisi economica va tenuta presente anche la perdita della capacità di rispettare i vincoli ambientali nei processi di produzione di merci e servizi. 

Ad esempio in genere non si considera che ogni anno, "attraverso" il nostro paese, "passano" oltre settecento milioni di tonnellate di materia --- petrolio e carbone, metano, sabbia e ghiaia, cemento, cereali, zucchero, pomodori, marmellate, carne, carta, ferro e alluminio, plastica, eccetera --- e che tutto questo (dodici tonnellate a testa all'anno, anziani e bambini compresi, venti volte il peso di ciascuno di noi) viene immobilizzato in strade, edifici, macchinari, oppure, dopo un breve soggiorno nelle nostre case, si trasforma, ogni anno in seicento milioni di tonnellate di rifiuti, gassosi, liquidi e (150 milioni di tonnellate all'anno) solidi, senza tenere conto del flusso ininterrotto, nelle città e nelle case, di seimila milioni di tonnellate all’anno di acqua “potabile”. 

I precedenti numeri danno una idea della pressione che questa produzione e questo "uso" di merci esercitano sull'ambiente: sul suolo (rendendolo più esposto all'erosione), sui campi (facendone diminuire la fertilità), sulle acque, sull'aria (modificandone la composizione chimica), sulla salute umana, sulla vita quotidiana e sugli ecosistemi urbani. I numeri sopra citati danno un'idea di che cosa dovrebbe essere una politica dell'ambiente in Italia. 

Si tratta di rivedere le leggi esistenti in modo da avere i servizi utili usando merci e macchinari diversi, nuovi, più sicuri, prodotti con processi che richiedono un minore costo di vite umane nelle fabbriche e nei cantieri, modificati in conformità ai vincoli ambientali, in grado di "pesare" di meno sulle risorse naturali. Se, per esempio, si decidesse che è importante muoversi in tanti e con comodità e velocemente, con priorità per i lavoratori e i pendolari, si vedrebbe la inutilità di molte megaopere dell'alta velocità stradale e ferroviaria; si vedrebbe che è possibile muovere le merci più rapidamente e a minore costo per mare. 

Una politica dell'ambiente dovrebbe, tanto per cominciare, far rispettare anche in Italia le leggi europee che riducono la contaminazione delle acque e del cibo. Solo per fare un esempio, fra le “grandi” opere andrebbe data priorità alle “piccole” ma essenziali opere per la sistemazione delle fogne delle città e dei paesi, tenendo presente che la depurazione delle acque usate urbane, sono tutti interi quei seimila milioni di tonnellate all’anno di acqua entrata nelle case come acqua “potabile”, potrebbe essere anche fonte di concimi organici e di gas metano. 

E ancora, nonostante il grande parlare di raccolta porta a porta e differenziata dei 40 milioni di tonnellate annue di rifiuti solidi urbani, l’effettivo recupero di materiali e la produzione di merci riciclate è ancora largamente insufficiente. I nuovi ministri non faranno fatica a riconoscere che una moderna cultura industriale, manifatturiera, del mondo imprenditoriale, con il rispetto delle leggi ambientali porterebbe con se, oltre al miglioramento della sicurezza e dalla salute umana, anche innovazione tecnico-scientifica, nuove occasioni di lavoro e di guadagno, un aumento di competitività sui mercati internazionali. Ma anche tali innovazioni spesso richiedono un controllo pubblico a cui il nuovo governo dovrà dedicarsi. 

Ci sono in commercio molte merci “verdi” ma quante di esse sono prodotte con norme veramente rispettose dell’ambiente ? Si pensi al settore delle fonti energetiche rinnovabili, la cui produzione fortunatamente aumenta in modo da sostituire in parte le fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, gas naturale) di importazione, anche se, a ben vedere, i contributi pubblici per tali fonti “rinnovabili” finiscono in parte all’incenerimento dei rifiuti urbani che, è vero, contengono una frazione di residui di origine vegetale, ma che sono anche fonti di altri inquinamenti dell’aria e del suolo.

E anche il grande amore per la produzione di elettricità dalla combustione delle biomasse, cioè ancora di materiali vegetali rinnovabili che vengono prodotti dall’agricoltura e dalle foreste ogni anno con l’energia solare, fa sì che spesso vengono bruciate ”biomasse” costituite da grassi importati dai paesi arretrati, i quali distruggono le loro foreste per produrre grassi da esportazione. 

E questi sono soltanto alcuni dei problemi ambientali che strettamente si intrecciano con quelli economici, con i finanziamenti pubblici e con la lotta allo spreco, di natura e di soldi. Chi sa che il nuovo governo, per affrontare tali problemi non voglia dotarsi di una istituzione per il controllo, lo scrutinio, politico-economico della tecnologia, come quello che fu costituito anni fa negli Stati Uniti per informare governi e parlamenti, sugli effetti sociali e ambientali, presenti e prevedibili futuri, delle innovazioni tecnico-scientifiche.

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