Domenica 24 Marzo 2019 | 12:27

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I risparmi privati tra super-Mario e la voglia matta della casta

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Passa per essere il rappresentante dei Poteri Forti, ma se c’è un signore che negli ultimi lustri ha messo sulla graticola i super-vip del capitalismo globale, questi è Mario Monti. Bill Gates, fondatore di Microsoft e, forse, uomo più ricco del pianeta, investì in avvocati più di quanto il patron del Chelsea, Roman Abramovich, abbia scialato in allenatori e calciatori. Il potente Bill voleva rintuzzare, così, l’accusa di lesione al mercato rivoltagli dalla Concorrenza europea, guidata dal 1999 al 2004 proprio dal professor Monti. La concorrenza è il vangelo del Professore, cui Giorgio Napolitano ha affidato l’incarico di formare il nuovo governo. Ogni qual volta vedeva minacciata la competizione tra le imprese, l’eurocommissario italiano scattava come un puma per sanzionare la Razza Predona dei monopoli. 

Analoghe civili reprimende l’attuale premier designato ha riservato, negli anni, al sistema creditizio (compresa la Banca d’Italia) che, a suo giudizio, ha storicamente anteposto la stabilità e l’autoconservazione all’efficienza e alla contendibilità degli sportelli. Docce gelate da parte di Monti hanno spesso raggiunto i sindacati che, secondo super-Mario, anziché difendere i più deboli (cioè i disoccupati) preferiscono scendere in piazza a tutela dei garantiti. Lui, Monti, al posto loro, avrebbe organizzato un grande sciopero bianco dei giovani senza lavoro.

Ha strigliato, sempre Monti, gli ordini professionali, rimproverando loro la protezione degli associati, anziché quella dei loro clienti, nonché gli ostacoli posti all’ingresso delle giovani leve nel mondo delle professioni. Per quale ragione, osservava Monti, la flessibilità è presentata come un valore per i lavoratori dipendenti, mentre invece viene percepita come un disvalore per i lavoratori indipendenti, cioè per quelle fasce sociali borghesi, che pure si vantano di esercitare attività liberali. Se la flessibilità è invocata per i ceti medio-bassi, dev’essere invocata anche per i ceti medio-alti.

La concorrenza di prodotti e servizi, per Monti, non è un’astrazione teorica o accademica. È, invece, il sistema migliore per salvaguardare il potere d’acquisto di risparmiatori e consumatori, un sistema più efficace forse delle stesse richieste di aumento salariale.

Per fama, stile di vita, e rapporti con gli altri, il Professore è il prototipo dell’uomo moderato. Nei fatti potrebbe rivelarsi più rivoluzionario di un patriota dell’Ottocento. Il suo rigore liberale si addice poco alla natura del capitalismo italico, fondato più sulle relazioni eccellenti e sulle rendite tariffarie che sulle istituzioni e sui princìpi del mercato. Ecco, se Monti è un esemplare riuscito della Borghesia Ideale, gran parte del Paese ha voglia di identificarsi con la Borghesia Reale, quella che va sempre a caccia di favori e privilegi, non di libertà e rischio d’impresa.

Ora. Il presidente incaricato è atteso alla prova del nove della sua esistenza: trasformare in atti di governo la sua cultura economica. Ce la farà? Diciamo sùbito che, anche se riuscirà ad allestire la sua squadra di governo, il cammino di Monti si preannuncia, già si vede, più problematico di un viaggio nell’Afghanistan ricco di mine. A cominciare dai tira-e-molla dei partiti sui politici-politici nel governo, e dal primo pacchetto di misure anti-crisi che già gli chiedono da Berlino e Parigi.

Monti non è né un produttore né un consumatore di tasse. Dipendesse da lui, andrebbero tagliate con l’accetta. Ma i conti pubblici, che spingono al pianto, non lo consentono. Ergo, anche lui dovrà adeguarsi alla filosofia del prelievo. Con una differenza sostanziale, però, rispetto a certi settori dell’establishment: mentre il Professore intende mettere le mani sulla ricchezza degli italiani solo per ridurre il peso del debito pubblico, buona parte della classe politica freme dalla voglia di succhiare i risparmi degli italiani per ragioni, diciamo così, assai meno nobili.

Monti non è invidioso del fatto che i patrimoni privati degli italiani siano i più cospicui del globo. Lui considera questi beni personali una benedizione piovuta dal cielo. Semmai il Professore pretende un’equa ripartizione del carico fiscale. A vasti settori della politica, invece, non pare vero che la ricchezza privata degli italiani surclassi più volte l’ammontare del debito pubblico. Per loro, questa felice condizione è quasi una colpa da fare espiare ai contribuenti (specie se leali verso il fisco). Come si permettono, gli italiani, di essere così ricchi? Lo sanno che, così facendo, impediscono alla classe politica di disporre di altre risorse finanziarie da destinare alle cause e ai capricci più disparati? Perché - pensano ancora gli aedi del partito unico della spesa pubblica - non dev’essere la politica a controllare anche la montagna dei portafogli privati? Se così fosse, la Merkel e Sarkozy smetterebbero di fare i primi della classe, anzi saremmo noi a fare loro una pernacchia, dal momento che ci presenteremmo al cospetto dei Grandi anche con la ricchezza privata degli italiani nelle mani del potere politico.

Conclusione. Monti varerà la patrimoniale turandosi il naso. Col retropensiero di erodere il debito. Alcune fasce della nomenklatura, invece, approveranno la patrimoniale (e altre tasse) con il malcelato desiderio di risentire l’odore dei soldi per ripristinare le stagioni della spesa. Quando queste due filosofie si scontreranno come due auto lanciate a 200 chilometri l’ora, il Professore sarà già uscito dall’abitacolo. Per ora, va.

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