Martedì 26 Marzo 2019 | 01:42

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di Giuseppe Giacovazzo
di GIUSEPPE GIACOVAZZO
Conta come si esce. Tutti possono entrare, con un po’ di fortuna. Ma uscire dipende da te. Da ciò che hai fatto, come l’hai fatto. In politica come nella vita. In politica come in ogni umano destino. Mussolini e Hitler ne uscirono tragicamente. Il dittatore cileno Pinochet grottescamente. Roosevelt e Churchill serenamente. Berlusconi entrò glorioso. Ne esce ingloriosamente. Messo alla porta dagli stessi che l’avevano osannato.

Lui li chiama traditori. Quelli replicano: noi siamo i traditi. Tradimento non è parola della politica. Appartiene al gergo familistico della mafia. Piace a Berlusconi che non nasce politico. È un tycoon sceso in campo con un clan di fedelissimi sempre ad un passo dall’infedeltà. Chiama traditore l’on. Antonione.

«Sono il padrino di sua figlia e lui mi tradisce, non posso credere ai miei occhi. Degli altri non parlo nemmeno, a partire dalla Carlucci, la Gabriella Iscariota».

Otto il numero dei traditori appuntato su un foglietto appena il tabellone luminoso della Camera accende il fatidico 308. li chiama ingrati, nel gergo padronale. Gratitudine, un’altra voce muta nel vocabolario della politica. Che è fatta di interessi e di ideali: farli convivere è l’arte della politica. Berlusconi pretendeva di far coincidere il proprio privato interesse con l’interesse di tutti. E il popolo allocco ci era cascato. Montanelli sapeva che era sceso in politica solo per salvaguardare il suo impero economico.

Perché è caduto? Perché il suo disegno di potere è andato in pezzi. Consisteva nel vetusto liberismo economico truccato da liberismo democratico: meno Stato più mercato, meno tasse più profitto. E il mercato l’ha tradito. Le tasse sono le più esose d’Europa, il profitto delle imprese azzerato. Il dato per lui più allarmante: Mediaset è crollata in borsa nel giro di poche settimane. Una mazzata pesantissima di fronte alla quale affonda nel ridicolo la storica frase sui ristoranti pieni e i voli aerei stracolmi di gente in vacanza.

Di sue battute stravaganti sono piene le cronache. Davanti al premier spagnolo allibito ebbe a dire: “Sono stato il miglior capo di governo nei 150 anni di unità nazionale”. Liquidata in pochi secondi la storia d’Italia da Cavour a De Gasperi. Durante la conferenza stampa seguita al disastroso G20 salì in cattedra: “Chi è oggi meglio di me che possa rappresentare l’Italia?”.

Colpisce nel film “Silvio forever” trasmesso l’altra sera in tv la rapida eclissi del suo brillante sorriso che diventa ogni giorno più triste, devastato. Eloquente la reazione al voto dei 308: un brusio gutturale della sua maggioranza percossa e inaridita che abbandona mestamente l’aula mentre lui scartabella i tabulati alla ricerca dei nomi infami. E a debita distanza il volto falsamente compunto del suo ministro Tremonti che a stento riesce a nascondere un risolino represso. Cos’abbia da ridere lo saprà solo lui.

La prima intervista a caldo rilasciata da Berlusconi alla Stampa dopo il crollo e il certificato del fallimento. “Ma io me lo chiedo: è capo del governo uno che non può far fare al ministro dell’economia la politica economica in cui crede? Lui alla fine fa sempre quel cavolo che gli pare… Sono più potente come libero cittadino che come presidente del Consiglio”. E cita Mussolini che confidava a Claretta: “Ma non capisci che io non conto niente, posso fare solo delle raccomandazioni”.

Molti gioiranno pensando che da semplice cittadino tornerà più potente di prima. Chissà la ressa alle porte di Arcore. Ma saranno fatti suoi privati, non più scandali pubblici avidamente intercettati. Non avrà più alibi a disertare i processi. Potrà godersi in pace una famiglia tenuta saldamente insieme dai notai. Addio al folto codazzo di lacchè e al servitorame di bassa corte. Tramonta l’era infausta della “peggiocrazia” lasciando l’Italia più povera e screditata. Affonda la seconda repubblica in un tetro de profundis.

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