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Una strada obbligata non tradire l’Europa

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso 

Cos’altro doveva succedere per spingere l’intera classe politica a un’iniziativa di responsabilità? Farci dire dall’Europa che rischiamo di trascinare al disastro finanziario l’intero Continente? Farci dire che siamo stati noi, con la nostra incoscienza gestionale, a italianizzare l’Europa e non l’Europa a europeizzare l’Italia? Altro che la Grecia, che col due per cento del Pil europeo è più leggera di una canna al vento. Il macigno vero è il debito pubblico dello Stivale, seguito a ruota dalle incertezze politiche, dai calcoli personali e dalle contraddizioni programmatiche di tutti quelli che dovrebbero contrastarlo.

Giorgio Napolitano si sgola da mesi, anzi da anni, nell’invitare tutta la politica a un più alto senso di responsabilità. 

Il Presidente raccoglie il plauso di tutti, salvo poi - tutti - ritornare allo sport preferito: la conflittualità permanente nella speranza di guadagnare più seggi e più prebende.

Ieri, il Capo dello Stato è tornato alla carica («Governo sùbito o elezioni») perché l’Italia è davvero sull’orlo della bancarotta. Chiunque sarà il successore di Berlusconi (Mario Monti o in subordine Giuliano Amato) l’Italia non può permettersi di ignorare le pressioni che arrivano da Bruxelles e da Francoforte: soprattutto per il bene delle generazioni future. Invece le cronache di giornali e tv sono ancora strapiene di retroscena e analisi sulle mosse di vincitori e sconfitti dopo il voto sul Rendiconto dello Stato e le annunciate dimissioni del presidente del Consiglio.

Ora. Che il premier e il suo titolare dell’Economia non godessero più di un’alta considerazione da parte dei mercati, si sapeva da un pezzo. Ma che questo rating negativo si sarebbe aggravato addirittura dopo il flop parlamentare del governo, era meno prevedibile. Anzi, secondo alcuni analisti, sarebbe accaduto il contrario, cioè una ripresa di fiducia dei mercati, perché una quota significativa dello spread tra titoli di Stato italiani e titoli tedeschi veniva attribuita senza se e senza ma alla resistenza di Berlusconi nel lasciare il timone dell’esecutivo.

Invece. Invece il problema è assai più serio, perché oltrepassa la figura e il ruolo di Berlusconi. I mercati hanno la sensazione che il sistema Italia, nel suo complesso, non solo non dimostra buona volontà nel risanare i suoi conti pubblici, ma potrebbe varare al più presto provvedimenti ancora più dannosi dello status quo. La cartina di tornasole di questa condizione di irresponsabilità è la replica, tuttora da sottoscrivere, alla lettera inviata dalla Bce (cioè da Mario Draghi e dal predecessore Trichet) al governo di Roma. In quella lettera ci sono precise domande, che esigono risposte rigorose. Ma siccome la Bce sollecita meno spese e meno tasse, anziché più spese e più tasse (qual è il retropensiero di larga parte del personale politico a sinistra e a destra), la manovra anti-crisi auspicata da Francoforte era, prima dell’intervento di Napolitano, ferma ai box come una Ferrari senza motore. Nessuno voleva farla partire perché nessuno vuole mettere in agenda qualche taglio di troppo allo Stato sprecone e clientelare. La resistenza ai consigli d’oltre frontiera è ammantata pure di ragioni patriottiche: nessuno deve violare l’autonomia del Belpaese, vade retro ai commissari e agli osservatori speciali. Ma i debiti sono debiti, e vanno onorati. Né i possessori esteri di titoli pubblici italiani ci hanno imposto con la pistola alla testa di vendere i nostri Btp. Semmai siamo stati noi a proporre loro l’acquisto, pena il tracollo economico nel 150mo anniversario dell’Unità nazionale. Ma da questo orecchio il Transatlantico di Montecitorio e i salotti televisivi non sentono. Per loro la crescita è sinonimo di tassazione che, invece, insegnano i manuali di economia, il più delle volte è sinonimo di depressione o recessione.

Esaminiamo, ad esempio, la questione della tassa patrimoniale che, paradossalmente, sembra l’unica proposta che veda d’accordo quasi tutta la nomenklatura. Fino a pochi anni addietro, il termine «patrimoniale» andava adoperato con cura, come si fa con un prodotto pirotecnico suscettibile di farti saltare in aria. Nel 2006 fu sufficiente che Fausto Bertinotti ne facesse fugacemente cenno perché il centrosinistra di Romano Prodi, che era in vantaggio di 10 punti nel sondaggi, rischiasse di perdere le elezioni, che infatti sfociarono in una vittoria risicatissima per il Professore bolognese. Ma oggi tutti, dalla Confindustria alla sinistra, da Tremonti a Montezemolo, dalla destra al centro, dànno per inevitabile una bella stangata sul patrimonio immobiliare e mobiliare degli italiani. Né valgono gli ammonimenti di chi, ultimo l’economista Tito Boeri, giudica una iattura il varo della super-tassa. In nome della redistribuzione della ricchezza, la patrimoniale viene presentata come la prima cosa da fare per fermare il debito e ridare slancio all’economia. Ma lo strumento più efficace per la redistribuzione della ricchezza è lo sviluppo economico, non l’ossessione impositiva. Gli stessi programmi di redistribuzione della ricchezza rischiano , in assenza di crescita economica, l’effetto boomerang, ossia un capillare aumento della povertà.

Se la patrimoniale fosse davvero la medicina salvifica di cui si parla in Italia, di sicuro la Merkel, Sarkozy, la Bce, l’Unione Europea, il Fondo Monetario, la Cina fino al Polo Nord e al Polo Sud ce la prescriverebbero in dosi massicce. Invece, guarda caso, è fra le poche cose che non hanno messo nero su bianco. Segno che la giudicano pericolosa per noi e soprattutto per loro. Infatti. Se saltasse l’Italia, per colpa di una strategia anti-crisi sbagliata e depressiva, salterebbero anche loro: perché gli effetti a cascata del fallimento italiota sarebbero più probabili e devastanti delle esondazioni del Po.

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