Domenica 24 Marzo 2019 | 11:46

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Il Quirinale istituzione di ultima istanza

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Ci mancava pure che il premier chiedesse la testa del suo superministro e il superministro chiedesse la testa del premier. La crisi delle Borse non è l’ultima invenzione made in Italy. Ma lo Stivale ha fatto del suo meglio per rappresentarla così. Non è colpa (soltanto) dell’Italia se l’euro non viene giudicata una moneta fiduciaria, anziché una semplice moneta metallica, sulla falsariga della efficace distinzione tramandataci dall’economista salentino Antonio De Viti De Marco (1858-1943). Né è colpa dell’Italia se l’euro non ha alle sue spalle uno Stato e una banca di ultima istanza. E nemmeno è colpa dell’Italia e del suo governo se Angela Merkel e Nicholas Sarkozy hanno lasciato esplodere la tragedia greca, impedendo sul nascere quell’effetto carambola tra gli Stati traballanti già sperimentato tre anni fa tra le principali banche americane. 

Né è colpa di Roma se Atene attraversa una fase di follia collettiva, per certi versi simile alla tradizione capitolina che vede le considerazioni e i calcoli di politica interna (cioè di retrobottega partitocratico) svettare su qualsiasi grave problema di politica economica ed estera. Il capo del governo greco non solo non possiede un coraggio churchilliano, ma vuole scaricare anche sull’opposizione il peso di una decisione che ogni governo con gli attributi dovrebbe assumere in prima persona.

Comunque. Lo spettacolo di un premier che vorrebbe cacciare il superministro e di un superministro che avversa il premier non solo ci danneggia, ma deve cessare al più presto. Altrimenti, neppure la manovra economica più convincente, quella strutturale e duratura, riuscirà a tranquillizzare i mercati che, non a caso, si scatenano proprio contro quei Paesi la cui gestione evoca il caos, per non dire il bordello di cui ha scritto un prestigioso giornale anglosassone.

Può fare un passo indietro Tremonti. Può fare un passo indietro Berlusconi. Possono farlo tutti e due spianando la strada all’ipotesi Monti, la più gettonata nelle ultime settimane. L’importante è dare all’estero la sensazione di uno Stato, oltre che di un governo, consapevole del pantano in cui è precipitato.

In passato le finanze pubbliche erano devastate quasi esclusivamente dagli eserciti. I costi delle guerre erano così esorbitanti da richiedere, a fine conflitto, salassi continui ai danni dei contribuenti. La stessa democrazia deve il suo battesimo al moto di ribellione dei ceti produttivi medio-bassi nei confronti del sovrano e della sua corte, eccitati dalle avventure belliche più di come, secoli dopo, le truppe Usa saranno eccitate, al fronte, dagli show dell’anti-hitleriana Marlene Dietrich (1901-1992).

Oggi lo scenario delle finanze pubbliche appare persino più sconvolgente del dayafter di una guerra mondiale combattuta con le armi militari. Con la differenza che stavolta abbiamo fatto tutto da soli, senza combattere, accendendo debiti a più non posso e scaricandoli sulle generazioni che verranno.

Che fare? Indipendentemente dalle misure già prese e da quelle in arrivo, la questione principale del Belpaese si chiama credibilità. È fondamentale recuperare il deficit di credibilità, che forse è ancora più pesante del debito pubblico. Il governo Berlusconi va orgoglioso per aver tenuto i conti più in ordine di altre nazioni. Può essere. Ma sul versante della crescita l’esecutivo si è rivelato assolutamente inadeguato, come riconoscono alcuni esponenti della maggioranza, e ciò probabilmente a causa della lotta intestina tra il presidente del Consiglio e il titolare dell’Economia.

E adesso? La storia insegna che quando l’Italia si avvicina verso il baratro, rendendo necessaria quella collaborazione politico-istituzionale di tipo bipartisan invocata innanzitutto all’estero, cambia la geografia dei poteri: sale il Quirinale, scende Palazzo Chigi. Il saliscendi è cominciato da parecchio tempo, ma non ha ancora completato l’opera di riassestamento. In breve: chiunque sarà il timoniere del governo - Berlusconi o Monti, Gianni Letta o Amato - la regia delle operazioni si trasferirà sul Colle, una sorta di Palazzo di ultima istanza nel dramma politico-finanziario della Penisola.

Napolitano, con un linguaggio quasi ultimativo, ha ripetuto che l’Europa attende una risposta dall’Italia, e che questa risposta non può essere dilatoria come un tiro alla viva il parroco per guadagnare tempo. Il Presidente è stato chiaro anche sui contenuti delle misure anti-crisi: devono essere in linea con le richieste rivolte a Roma dalla Bce di Francoforte: riforme, liberalizzazioni, dismissioni, età pensionabile e fiscalità da rivedere. Finora, centrodestra e centrosinistra sono apparsi, anche al proprio interno, più divisi di milanisti e interisti. Certo, la figura di Berlusconi ha inciso parecchio sulla genesi di queste divergenze (centrosinistra e terzo polo chiedono con forza il licenziamento del premier), ma le distanze sulla politica economica, fra e dentro i poli, rimangono notevoli.

Ecco perché solo se Napolitano mettesse il proprio timbro sulla strategia anti-crisi sarebbe possibile approvare iniziative di contrasto alla possibile bancarotta senza incorrere in pericolose lacerazioni e sofferenze. In caso contrario si rischierebbe un finale alla greca. Ma chi oserà mettersi di traverso al Capo dello Stato sapendo che egli rappresenta davvero l’ultima spiaggia?

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