Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:50

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Un solo modo per evitare «lacrime e sangue»

di Lino Patruno
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Andare a leggere il nuovo Statuto del Veneto. All’ar ticolo 5 dice che la Regione si impegnerà in esclusiva per quanti hanno “un particolare legame col territorio”. Traduzione: chi non è veneto, benché viva in Veneto, potrà anche morire ammazzato. In ospedale o sul tram, il diritto scatta solo se avanza un posto ai veneti. E del resto è la regione in cui un certo sindaco Gentilini proibì ai culi neri degli immigrati di sedersi sulle panchine della sua città. Il tutto in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Ma non serviva questa conferma per capire una certa concezione della solidarietà nazionale. La quale consiste solamente nel 60 per cento dei prodotti settentrionali che il Sud continua ad acquistare ogni anno: allora il Paese è unito, per il resto no. 

E poi, basta vedere cosa la Lega Nord ha fatto in questi giorni con la difesa strenua delle pensioni di anzianità (in gran maggioranza nordiste), per capire quanto se ne infischino delle ragioni del Paese, occupandosi solo del loro presunto popolo. Pensioni di anzianità non significa solo che si può andare tranquillamente via prima dei 65 anni. Significa che i contributi per assicurare la pensione per il periodo che va dal momento dell’esodo ai 65 anni non saranno pagati dai beneficiati, ma dagli altri lavoratori che sgobberanno anche per loro. E non significa neanche che i baby-pensionati lasceranno il posto ai giovani, perché è accertato che in gran parte continuano a lavorare a nero, non solo a togliere il lavoro ai giovani ma a non pagare neanche le tasse. Evviva. 

Ovvio che a sgobbare per i baby-pensionati del Nord siano anche i lavoratori del Sud: la solidarietà nazionale a senso unico funziona. E poi, chi vuoi che si interessi di questo solito Sud rompiscatole e sfatigato. Si dice sempre che il problema del divario col resto del Paese debba essere considerato un problema nazionale, non solo meridionale. E che debbano essere le politiche nazionali a risolverlo. Infatti. Ultimo esempio la manovra “lacrime e sangue”. Che scegliendo di non tassare i grandi patrimoni ma di aumentare di un punto l’Iva, è una manovra antimeridionale: i grandi patrimoni sono soprattutto al Nord, colpire i consumi danneggia soprattutto chi meno può consumare, cioè il Sud.

Ma chi vuoi che si stia a preoccupare di queste quisquilie, meno che mai i politici meridionali. Con la miopia di non capire che danneggiando i consumi del Sud, già i più bassi d’Italia, prima o poi il Sud non potrà più neanche acquistare quel 60 per cento di prodotti nordisti. E mentre si danneggia così il Sud, si sbandierano trionfalmente i Piani per il Sud. Ma alla miopia non ci sono mai limiti. Un Paese che cresce allo 0,2 per cento l’anno non è un Paese che cresce ma che decresce. Si può dire: ma è una media abbassata appunto dal Sud, perché il Nord cresce molto più. Ma non si può crescere ancòra danneggiando il proprio mercato, cioè il Sud: lo sa il ragioniere di qualsiasi azienda. 

E allora per capire servono altre cifre. Riguardano il tasso di occupazione, cioè quante persone lavorano in rapporto alla popolazione. Al Nord il 58 per cento: escludendo pensionati, bambini, studenti, quasi la piena occupazione. Al Sud il 38 per cento: cioè ogni cento persone, lavorano venti in meno rispetto al Nord. Qualche cervellone della politica nazionale capisca come converrebbe a tutti che anche quelle venti persone lavorassero. Anzi fossero messe in condizione di lavorare. Altro che crescita del Paese allo 0,2 per cento. Questo è ciò che il presidente Napolitano cerca di far capire sgolandosi: il Paese può crescere solo a Sud, se non cresce il Sud non cresce nessuno, il futuro è a Sud. Mettere in condizione significa che quelle venti persone sono senza lavoro non perché preferiscono starsene al sole. Ma perché non ci sono le condizioni per la creazione del loro lavoro. Anzitutto i beni pubblici, insomma le famose infrastrutture: materiali (strade, aeroporti, porti), immateriali (banche, formazione, sicurezza), sociali (scuole, università, asili). Se per andare per affari da Bari a Palermo devo passare da Roma, mi costerà tanto da non rendermi competitivo o addirittura da dissuadermi e lasciar perdere. Se non ho l’alta velocità ferroviaria (tutta al Nord) le mie merci arriveranno dopo quelle degli altri. Se devo pagare interessi maggiori alle banche, anche il mio prodotto dovrà avere un prezzo maggiore. 

Ebbene, il divario di infrastrutture fra Nord e Sud è di oltre il 40 per cento. Allora, orecchio: il Sud non vuole più soldi ma opere di bene. Si facciano le infrastrutture, poi si vedrà chi è più bravo. Per uscire dall’attuale crisi basterebbe questo. Questo si sarebbe dovuto andare a dire a Bruxelles. Ma per certi colpi d’ala ci vogliono le ali non i paraocchi. (PS. Ai veneti che in tal caso verrebbero increduli al Sud, assicuriamo che il Sud ospitale cederà il posto sulla panchina).

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