Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:10

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I tre fantasmi referendum patrimoniale e casi bancari

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Tre fantasmi si aggirano nei palazzi del Potere: il referendum elettorale, la Patrimoniale, la scelta del governatore di Bankitalia. Sono i tre fantasmi che stanno creando le condizioni per la fine anticipata della legislatura. Già il solo referendum costituisce uno spauracchio da infarto per senatori e deputati. Affrontare, poi, le elezioni con nuove regole del gioco è come tentare un terno al lotto. Solo i big potrebbero presentarsi alle urne con l’elezione in tasca. Tutti gli altri si ritroverebbero più spaesati di un marziano a Roma: collegi elettorali da scoprire, voti di preferenza da rincorrere, insidie intestine da sventare, risorse finanziare da procurare, segreterie personali da rifare, accordi trasversali da coltivare. 

Insomma, tutta un’altra storia rispetto al più comodo Porcellum, la cui unica fregatura può spuntare alla vigilia della composizione delle liste, con l’eventuale retrocessione nella zona dei candidati fuori gioco.

È così. Dietro le imboscate che stanno agitando l’esistenza del governo si staglia, sempre più visibile, l’ombra dei tifosi del Porcellum per i quali il nuovo modello elettorale potrebbe rivelarsi più letale di una picconata in testa. Certo. In teoria la Corte Costituzionale potrebbe bocciare il quesito referendario per la reintroduzione del Mattarellum (tre quarti di maggioritario, un quarto di proporzionale). Ma perché rischiare? Perché rischiare, anche in caso di modifica preventiva del Porcellum, di dover affrontare quella specie di guerra civile che risponde al nome di caccia alle preferenze? Meglio accelerare il ricorso alle urne. E chissenefrega se mancheranno un po’ di mesi alla scadenza per maturare un vitalizio in piena regola.

Il secondo fantasma che si muove per lo scioglimento delle Camere si chiama Patrimoniale. Tassa patrimoniale. Anche su Plutone sanno che nessun governo è così temerario da approvare una stangata alla vigilia del voto. Meglio tassare i contribuenti all’indomani di una consultazione popolare. Di conseguenza: chi sarebbe così inguenuo tra i Mille del Parlamento, anzi tra i 530 parlamentari di maggioranza, da sottoscrivere, prima del voto, un provvedimento di lacrime e sangue, come ci viene chiesto dall’Europa? A dire il vero l’Europa tutto sollecita tranne che nuove tasse, anzi la Bce preme per i tagli della spesa improduttiva e il rialzo dell’età pensionabile. Ma siccome, in Italia, la parola manovra è sinomino di nuove tasse - perché dietro gli sprechi spesso si nascondono i privilegi e le rendite della politica -, anche le prossime misure anti-deficit confluiranno in un’orgia di nuove tasse. A cominciare dalla più dibattuta di tutte: la Patrimoniale. La Patrimoniale, cioè l’imposta sui presunti ricchi (i veri ricchi sanno come nascondersi), produrrà un effetto perverso e recessivo scatenando la fuga dei capitali all’estero. Ma, che importa? Oggi la Patrimoniale va più di moda dell’ultimo iPhone del povero Steve Jobs: è chic come una borsa di Vuitton, la invocano illustri miliardari, viene considerata inevitabile anche da numerosi spiriti contrari. Né vale sottolineare che nel documento-vademecum inviato, settimane fa, a Roma dalla Bce la parola Patrimoniale non viene nemmeno lasciata trasparire. Nulla da fare. È come se lo avesse ordinato il medico: la Patrimoniale si deve varare e basta. Ma quando vararla? Elementare Watson: dopo il voto. Ergo: meglio richiamare al più presto gli italiani in cabina elettorale.

Il terzo fantasma è figlio di un incrocio politico-finanziario. Tutti sanno che se deve decidere come trascorrere la serata, Giulio Tremonti non telefona a Berlusconi, ma a Umberto Bossi, col quale s’intende a meraviglia. Ciò detto, Tremonti non sarebbe così incosciente da mettere a repentaglio la propria carriera e la sorte del governo, solo perché il cerchio magico del Cavaliere sparla di lui (Giulio) anche in televisione. Se è arrivato al punto di rottura col Premier, i motivi sono più gravi. Basta sfogliare i giornali. Non c’è più nulla che unisca Tremonti e Berlusconi, dai punti fermi della politica economica alla designazione del nuovo governatore di Bankitalia. E qualche retroscenista si spinge a ipotizzare l’irritazione tremontian-bossiana anche per il tiro al bersaglio su Massimo Ponzellini (vicino al ministro e alla Lega) ai vertici della Banca Popolare di Milano. Intendiamoci. Il rischio di scivolare nella fantapolitica o nella fantaeconomia è sempre incombente quando si accostano vicende che, in apparenza, c’entrano tra loro come cavoli e banane. Ma quale sarebbe stato l’approccio di Tremonti verso il governo e il premier se Vittorio Grilli, il candidato sostenuto dal Divo Giulio, avesse ottenuto il placet per la guida di Bankitalia? Probabilmente, la soddisfazione avrebbe indotto il titolare dell’Economia a presidiare da sùbito la seduta di Montecitorio sul rendiconto dello Stato. Il che avrebbe impedito il ko del governo e le successive contumelie del Pdl all’indirizzo del super-ministro.

Fermiamoci qui. Che il governo procedesse verso l’andropausa, lo si sapeva da un anno. Che il referendum non dovesse fargli da effetto viagra, lo si sapeva da qualche mese. Ora la sorte della legislatura sembra pregiudicata anche dai due fantasmi collaterali: la Patrimoniale e il rebus Tremonti-Bankitalia con appendici bancarie territoriali. L’autunno è caldo. L’inverno sarà caldissimo. La primavera rovente.

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