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Il balletto per procura sull'erede di Draghi

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Un tempo il Governatore della Banca d’Italia era il papa laico del Belpaese. Il suo mandato non aveva limiti di tempo, come avviene per il capo della cristianità. Il che faceva del patrono della Lira e del sistema creditizio italiano l’unica vera carica istituzionale davvero stabile, dopo la presidenza della Repubblica (questa, non sempre). Era il Governatore il vero regista della politica economica, non solo monetaria, dello Stivale, anche se i suoi moniti, sulla falsariga delle prediche inutili di Luigi Einaudi (1874-1961), pur troneggiando sulle prime pagine dei giornali, restavano più inascoltati di un dialogo tra sordomuti. Oggi il Governatore di Bankitalia è meno potente dei suoi predecessori. Il suo incarico non è vita natural durante. Dura cinque anni e può essere rinnovato solo una volta. Inoltre, dopo il battesimo dell’euro, che le ha tolto il rango di Istituto di emissione, la Banca d’Italia ha smesso di celebrare la politica menetaria, perché la guardiania contro l’inflazione e la monetizzazione dei debiti pubblici è stata assegnata alla Banca centrale europea (Bce). Ma nonostante il dimezzamento dei suoi poteri, il Governatore rimane una figura-chiave nell’establishment nazionale, non foss’altro perché egli è il controllore del nostro sistema bancario. E scusate se è poco. 

La guida di Bankitalia moltiplica il prestigio di chi ne è titolato. Se non accadono fatti strani o incidenti di percorso (vedi il caso Fazio), le carriere dei Governatori tendono a concludersi o a Palazzo Chigi o al Quirinale. Probabilmente, anche l’attuale timoniere Mario Draghi sarebbe approdato alla presidenza del Consiglio, se tedeschi e francesi non lo avessero scelto per la prossima conduzione della Bce. Insomma. Scegliere il Governatore non è come nominare il presidente di una Comunità montana. Significa scegliere una persona che influirà, indirettamente, sui nostri risparmi e sulle stesse decisioni di governi e parlamenti. Un Paese normale avrebbe archiviato la pratica (della designazione) da lunga pezza, visto che la nomination di Draghi alla Bce risale a parecchi mesi addietro. 

Ma siccome l’Italia non è ancora una serra di normalità, non solo la successione a Draghi viene affrontata alla stregua di altre nomine routinarie, ma addirittura sulla scelta dell’uomo è in atto un braccio di ferro che evoca le stagioni più rissose e inconcludenti della Prima Repubblica, quando la strategia del rinvio avvolgeva ogni cosa, dalla promozione di un bidello alla sostituzione di un ministro dimissionario. Invece. La credibilità non è solo una questione algebrica. Non riguarda esclusivamente la solidità (o meno) dei conti pubblici. La credibilità si misura anche da come uno Stato sceglie i suoi massimi rappresentanti per poltrone dall’incisivo peso istituzionale, rappresentativo e decisionale. 

Va in onda da svariate settimane il balletto tra Vittorio Grilli e Fabrizio Saccomanni per la successione a Draghi. Il primo è sostenuto da Giulio Tremonti, il secondo da Silvio Berlusconi. Le coronarie dei due aspiranti devono essere a prova di bomba, visto che un giorno sale uno, un giorno sale l’altro nel borsino del totogovernatore. Il successo (o insuccesso) di ciascuno è legato all’al - talena dei rapporti tra il premier e il ministro. Se il rapporto è burrascoso, per Grilli non c’è speranza. Se, invece, il rapporto volge al bello, calano le quotazioni di Saccomanni. Le doti, le qualità, le peculiarità dei due quasi-governatori appaiono un optional in questa disfida tra i due pesi massimi del governo. Eppure non sarebbe una pretesa capricciosa saperne di più sulle inclinazioni strategico-culturali di Grilli e Saccomanni. Cosa pensano i due del sistema bancario prossimo venturo: dovrà puntare sulle banche commerciali o su quelle d’af fari? E cosa pensano dell’antinomia, il più delle volte infondata, tra economia reale e economia finanziaria? E come ritengono che il sistema creditizio debba affrontare l’eter na rincorsa tra voglia di innovazione e voglia di regolazione? E come pensano che le banche debbano garantirsi più cospicue riserve in attesa di nuovi vincoli internazionali? E come potrebbero essere finanziate le imprese se gli sportelli dovranno badare a mettere da parte quattrini che un tempo avrebbero destinato per il sostegno di progetti imprenditoriali? La Banca d’Italia, che è l’Autorità massima in materia di stabilità e trasparenza del credito, dovrà, come si diceva un tempo nei congressi di partito, dare la linea. Ma qual è la linea Grilli? E qual è la linea Saccomanni? Si può solo intuirla attraverso le loro dichiarazioni del passato. Ma non basta. Prima di conoscere il nome del nuovo Governatore, l’opinione pubblica avrebbe il diritto di sapere quale politica s’intende seguire in campo creditizio. Se così non fosse, se cioè uno vale l’altro, tanto vale, allora, affidare al gioco dei dadi l’indicazione del dopo Draghi. Sempre meglio che continuare a sfogliare in eterno la margherita. Grilli, Saccomanni, Grilli, Saccomanni...

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