Martedì 26 Marzo 2019 | 23:09

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Se anche il Papa pensa alla pensione

di Michele Partipilo
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Il giornalista Antonio Socci ha scritto ieri che «il Papa non scarta la possibilità di dimettersi allo scoccare dei suoi 85 anni, ovvero nell’aprile del prossimo anno». La notizia, parzialmente smentita dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi («Non ne sono informato») non è però da sottovalutare, in quanto il giornalista è ben introdotto negli ambiente vaticani e può vantare un’antica amicizia con Ratzinger. 
Detto questo, bisogna ricordare però che nei tempi recenti i papi hanno sempre preso in considerazione l’ipotesi delle dimissioni in caso di grave infermità o comunque di impossibilità di governare la Chiesa. In realtà più che di dimissioni, si dovrebbe parlare di abdicazione. A regolare questo istituto è il Codice di diritto canonico che al canone 332 recita: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti». Dunque una potestà piena di decidere. 

Nella storia la rinuncia più clamorosa e dalle conseguenze più pesanti fu quella di Celestino V (10 dicembre 1294) che aprì la strada all’ele zione di Bonifacio VIII. Le ragioni della rinuncia non furono né l’età né lo stato di salute, bensì lo smarrimento dinanzi all’enorme peso del ministero: un po’ quel che tenta di raccontare Nanni Moretti nel suo recente film «Habemus Papam». 

Paolo VI e Giovanni Paolo II avevano invece preso in considerazione l’ipotesi di lasciare, ma solo a causa delle condizioni di salute che avrebbero potuto impedire loro una «sufficiente» gestione della Chiesa. Chi si è spinto di più su questo fronte è stato proprio il papa polacco che arrivò a scrivere la lettera di «dimissioni» e a confermarne periodicamente il contenuto. La prima stesura - come hanno rivelato i documenti prodotti per la causa di beatificazione - risale al 1994, alla vigilia del compimento del 75esimo anno che per i vescovi rappresenta la soglia della «pensione». 
Oltre all’età, a spingere Wojtyla a prepararsi al peggio erano stati due interventi chirurgici: l’operazione di tumore e poi l’intervento al femore. E in quel testo il papa polacco cita una lettera analoga scritta da Montini il 2 febbraio 1965, ma anche questa rimasta nel cassetto. 
Entrambi si erano infatti fermati di fronte a un pesante interrogativo: fatto salvo il Codice di diritto canonico e tutte le altre norme, nella Chiesa può esserci spazio per un «papa emerito»? Entrambi hanno risposto negativamente. Anzi, Wojtyla chiese che la questione venisse studiata dal punto di vista storico e teologico e la affidò all’allora cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E la risposta fu negativa: fatti salvi i casi di assoluta incapacità o impossibilità a esercitare il ministero petrino, è bene che nella Chiesa vi sia un solo papa. 

Alla luce di questo appare quanto mai probabile dunque che l’attuale Pontefice abbia seguito le orme dei predecessori predisponendo come loro una lettera di rinuncia. È altrettanto verosimile che apprestandosi a festeggiare l’85esimo compleanno, e sapendo che il suo cuore non è più quello di un diciottenne, Benedetto XVI abbia confidato a qualcuno di aver pensato a ogni eventualità. Ma non sembra né logico né coerente che quella stessa persona che fece desistere Wojtyla dal proposito di lasciare - e le condizioni di salute erano ben altre - oggi voglia fare esattamente la stessa scelta. È molto più probabile che Benedetto XVI abbia fatte sue le parole del predecessore polacco: «Spero che fino a quando mi sarà donato di compiere il servizio petrino nella Chiesa, la Misericordia di Dio voglia prestarmi le forze necessarie per questo servizio».

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