Domenica 24 Marzo 2019 | 11:42

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Silvio e Giulio la diarchia al punto di non ritorno

di Giuseppe De Tomaso 
di Giuseppe De Tomaso

Allora. Se Giulio Tremonti dovesse dimettersi, Silvio Berlusconi tirerebbe un sospiro di sollievo perché il suo governo sarebbe salvo. Se, invece, fosse il presidente del Consiglio a pretendere e ottenere il passo indietro del ministro dell’economia, il governo andrebbe in crisi quasi in automatico. E’ l’ennesimo paradosso della politica italiana: la coabitazione al vertice dell’esecutivo tra due personaggi che si sopportano come (mal) si sopportavano Sandro Mazzola e Gianni Rivera, ciascuno dei quali riteneva di valere cento volte più dell’altro.

Il bello, o il brutto, di questa storia è che le sue vicende vanno in onda in diretta mondiale, nel pieno della più rovinosa crisi che ha colpito l’Occidente dalla fine dell’ultimo conflitto globale.

Già il profluvio di retroscena tra frequentazioni censurabili e prodezze d’alcova non giova alla credibilità di una nazione nell’agorà planetario (il letto in piazza, da sempre, costituisce il principale nemico di ogni dirigente politico). Ora ci si mette anche l’insofferenza reciproca tra i due simboli di una stagione di governo. Ovvio che, oltre frontiera, non sappiano a chi credere in Italia, fatta eccezione per la figura del Capo dello Stato, chiamato involontariamente a svolgere un ruolo, quasi, da giocatore, mentre la Carta Costituzionale gli assegna una funzione palesemente arbitrale.

L’incompatibilità tra i due, Silvio e Giulio, viene da lontano. Berlusconi è convinto che Tremonti non capisca una mazza di politica. Tremonti è convinto che Berlusconi non capisca un’acca di conti pubblici e mercati. Berlusconi è convinto che Tremonti, da sempre, gli abbia messo i bastoni tra le ruote, negandogli il sì a quei tagli fiscali promessi ai votanti in campagna elettorale. Tremonti è convinto che Berlusconi non sia particolarmente sensibile alle esigenze del rigore finanziario. Berlusconi è convinto che Tremonti sia un clone di Vincenzo Visco. Tremonti è convinto che Berlusconi non sia un ammiratore di Quintino Sella (1827-1884).

Anche al di fuori della politica, i due non potrebbero risultare più distinti e distanti. Tremonti è il severo primo della classe che non passa la copia neanche al compagno di banco. Berlusconi è il più intraprendente dell’aula, quello che passa la copia scorgendo nel beneficiario un suo futuro cliente o elettore. Nei (pochi) momenti in cui si amano, i due non si stimano. Nei (pochi) momenti in cui si stimano, i due non si amano.

Fu Umberto Bossi l’artefice indiretto del loro matrimonio di interesse. Il capo leghista ripose l’ascia di guerra nei confronti del Cavaliere solo a condizione che al giurista di Sondrio fossero affidate le chiavi della Cassa nazionale, elemento essenziale per accompagnare la rivoluzione federalistica. Ottenuto il sì del Berlusca, il Senatùr ha fatto quadrato sul Divo Giulio in ogni circostanza. Non a caso, Tremonti, nel 2004, sarà costretto a gettare la spugna proprio all’indomani della grave malattia che colpirà il suo amicone in camicia verde. Ripresosi alquanto il suo sponsor, il super-ministro, un anno dopo, tornerà in pompa magna sulla poltrona che aveva lasciato.

Ma il Bossi di oggi non è più il Bossi di ieri. Non solo perché l’anagrafe incombe, ma anche o soprattutto perché la Lega non è più quel monolite di allora. Bossi regna a casa sua, ma non governa. Roberto Maroni non è ancora il numero uno del Carroccio, ma è qualcosa di più di un numero due. E, fatto rilevante, il ministro dell’Interno non è un tifoso del collega dell’Economia. Inoltre, il popolo leghista non appare più quella schiera di soldati esecutori votati a obbedir tacendo. Insomma, il blocco politico disposto a tutto pur di blindare Tremonti si va via via alleggerendo. E se a ciò si aggiungono gli effetti collaterali sul super-ministro provocati dal caso Milanese, il cerchio si chiude. Nel momento di massima difficoltà del capo del governo, anche colui che (dopo l’autoesclusione di Gianfranco Fini) era accreditato come il successore naturale di Re Silvio, appare fuori partita. E così se Berlusconi non può uccellare Tremonti, Tremonti non può sfrattare Berlusconi. Uno è più debole dell’altro.

Ma l’interdizione incrociata tra i due è destinata a pesare sulle manovre economiche dei prossimi mesi (a meno che l’eventuale sì della Consulta al referendum elettorale non affretti il ricorso alle urne). Quale sarà la linea del governo: quella della cabina di regia affidata a Gianni Letta o quella che esprimerà il Divo Giulio negli organismi internazionali? Tra l’altro, per ragioni diverse, né Berlusconi né Tremonti potrebbero contare sulla sponda dell’opposizione. Il che autorizza a prevedere che la crisi politico-caratteriale tra il premier e il ministro è destinata a produrre uno strappo dopo l’altro, anche più laceranti di quello provocato dall’assenza di Tremonti alla Camera durante la votazione sulla richiesta di arresto di Milanese. Non sappiamo se Napolitano potrà fare qualcosa. Speriamo solo di non dover assistere allo spettacolo di una lotta continua tra i duellanti Silvio e Giulio. Di tutto ha bisogno lo Stivale, in questa fase più incerta di una riunione per la Rai, tranne che di due voci opposte e irriducibili sulle misure anti-crisi. Dalla farsa alla tragedia, o viceversa, il passo è assai breve.

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