Martedì 26 Marzo 2019 | 23:08

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Di tassazione in tassazione verso la decrescita

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
E poi ci lamentiano se all’estero ci snobbano. Tutte le agenzie di rating, nessuna esclusa, si aspettano dall’Italia una bella rasoiata contro la giungla delle tasse. Invece, a giudicare dalle anticipazioni sui nuovi provvedimenti in cantiere, si direbbe che il Belpaese provi un piacere infinito, come un bimbo dispettoso, nel fare il contrario di quanto ci viene richiesto. Sono in lista d’attesa, infatti, altri supplementi impositivi, cioè un’altra manovra: dal ritorno dell’Ici sulla prima casa al battesimo anticipato dell’Imu, dal rialzo delle rendite catastali alla patrimoniale vera e propria. E siccome la mente di chi studia balzelli è più fertile della fantasia calcistica di Maradona, c’è da scommettere che, nel frattempo, oltre alle imposizioni palesi, prolifereranno prelievi che troveranno spazio nella tassazione occulta.

Quella che sfugge ai titolisti di giornali e tv, e, quasi sempre, anche agli stessi contribuenti.

Tassare, tassare, tassare. Sembra questa la linea condivisa che unisce, da decenni, i governi della Repubblica. Il che è perlomeno singolare, dal momento che su tutto il resto, l’arco politico italiano si presenta più rissoso di un incontro fra Christian Vieri e Fabrizio Corona. La tassazione, invece, produce il miracolo di unire posizioni e postazioni distanti, non foss’altro perché costringe gli avversari a varare scelte impopolari, i cui benefìci finanziari potranno servire anche a chi si trova, provvisoriamente, all’opposizione.

Sostiene Giulio Tremonti che all’Italia serve un piano decennale per la crescita, il cui vangelo non potrà essere l’adorazione del mercato. Ok. Se stessimo a Singapore o in qualche realtà turboliberista, il ragionamento del ministro avrebbe una ragion d’essere. Ma stiamo in Italia, dove il mercato e la concorrenza sono solo flatus vocis, regnando da tempo immemorabile una logica corporativa e iper-statalistica. Non a caso ogni qual volta si cerca di ridurre il peso dello statalismo e del corporativismo in economia, si scatena un uragano più furioso di quello che flagellò la Lousiana. Né producono effetti i continui appelli al rigore da parte di Paesi come la Germania, che avranno pure le loro colpe per il modo in cui hanno affrontato l’attuale crisi europea (basti pensare a come hanno gestito, con miopia ragionieristica e autolesionistica, la questione greca), ma che non possono essere ignorati alla stregua di urlatori senza cervello.

L’impressione generale è che a furia di manovre e contromanovre, tutte centrate sulle tasse anziché sui tagli di spesa pubblica (che spesso non corrisponde alla spesa sociale), l’Italia sia destinata a tosare senza tregua il popolo dei produttori (imprese e dipendenti). La qual cosa produrrà risultati ancora più deprimenti per la cassa comune. Con buona pace di tutti i progetti di rimettere in moto la crescita. E più la crescita si allontanerà, più lo Stato cercherà di riacciuffarla con manovre ancora più vessatorie verso i contribuenti. Una spirale senza fine, perversa, con un unico sbocco: la decrescita.

Ora. La decrescita costituisce un traguardo sognato da quegli economisti che hanno a cuore la salvaguardia dell’ambiente (da loro giudicata incompatibile con lo sviluppo a ritmo continuo). E non è immune, la decrescita, da un fascino nostalgico-letterario. Ma la decrescita non rappresenta di sicuro una meta agognata dalla stragrande maggioranza della popolazione, il cui obiettivo principale semmai è l’opposto: cercare di salire più in alto nella scala sociale, conquistando sicurezza e benessere per sé e per la famiglia.

Servirebbe coraggio nell’affrontare al più presto i nodi più costosi della finanza pubblica. Ma il coraggio non è merce particolarmente diffusa. Di conseguenza, più le agenzie di rating solleciteranno a Roma di mettere mano alla riforma previdenziale e agli sprechi di enti senza controllo, più verrà solleticata la tentazione di rimettere le mani nelle tasche degli italiani. E siccome questa attrazione fatale finirà per penalizzare la causa della crescita, verrebbe quasi da suggerire alle agenzie di valutazione e agli organismi internazionali di non insistere molto nel pretendere politiche di moderazione fiscale ai fini della ripresa produttiva, perché la risposta del sistema potrebbe andare in tutt’altra direzione. Meglio limitarsi a citare solo i numeri impietosi dello stallo italico, senza indicare terapie e soluzioni. È l’unica strada per non rischiare una manovra tassaiòla ogni tre-quattro mesi.

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