Martedì 26 Marzo 2019 | 17:36

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Puglia, la riduzione della casta giova non soltanto alla cassa

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Se ai tacchini non piace il Natale, ai politici non piacciono i tagli nelle istituzioni. Ma qualcuno dovrà pure spiegare agli italiani perché il Senato americano è composto da 100 persone mentre Palazzo Madama ne ospita 315. Idem le Camere. Negli Usa i deputati sono 435, in Italia 630. Così come qualcuno dovrà spiegare la pletora di eletti negli enti minori. Qualcun altro può obiettare, parafrasando la battuta di un celebre film, che «è la democrazia, bellezza». Battuta alla quale si può agevolmente replicare che, sì, è così a patto che la democrazia sia rappresentanza, e non rappresentazione. Infatti, quando la democrazia scade in rappresentazione, in ritualità scenografica, vuol dire che sta certificando la sua crisi sistemica, la sua autoreferenzialità tendenziale, il suo formalismo burocratico. Ecco. 

La rappresentanza non è legata (solo) al numero, semmai alla proposta, all’idea, al conflitto, alla difesa degli interessi (leciti, si capisce). Gli americani non si sentono meno rappresentati degli italiani per il fatto che i componenti del loro Congresso (Senato più Camera) sono la metà dei membri del Parlamento italiano. Anzi, sono portati a pensare che ciò sia stato deciso anche nell’interesse del contribuente. Invece, in Italia, l’interesse del contribuente è considerato alla stregua di un optional. Chissenefrega se i costi della politica decollano come un jumbo. Chissenefrega se, perlomeno sul piano simbolico, sarebbe necessario dare una risposta di sobrietà e parsimonia ai tanti cittadini colpiti dalla tassazione permanente. Mica possiamo precipitare nel qualunquismo, altra parola passepartout pronunciata per tacitare quanti si chiedono perché la crisi debba essere ritenuta una specie di variabile indipendente soltanto per i fortunati iscritti alle varie Caste. 

Ragionano così i sostenitori dello status quo, e quanti considerano la politica un trampolino per la scalata sociale, non uno strumento per cercare di risolvere i problemi degli altri. La Regione Puglia è alle prese con la questione del taglio dei consiglieri. Una volta erano 50. Poi salirono via via fino a 70. Col rischio di approdare a 78 se fosse stata data un’interpretazione elastica alle norme elettorali. E chissà. Forse avrebbero raggiunto vette ancora più elevate se non fosse sopraggiunta l’ondata di indignazione verso i privilegi di Lorsignori. Così il governo ha riscritto le regole, stabilendo per le Regioni come la Puglia (ha più di 4milioni di abitanti) la cifra di 50 consiglieri. 
In verità, la Regione Puglia aveva autonomamente già provveduto all’autopotatura, fissando in 60 la quota di eletti, ma il governo, con la manovra anti-crisi ha imposto una riduzione più netta. Ora. Nichi Vendola e Rocco Palese sono d’accordo: bisogna scendere a quota 50. E pure presto. Sono d’accordo, con qualche mal di pancia, anche i gruppi consiliari di Pdl e Pd. Spaccati, con molti pareri contrari, i gruppi minori. Il che è largamente comprensibile, anche se non giustificabile sul piano politico-contabile. Chi può garantire la rielezione anche ai personaggi elettoralmente più forti dei partiti medio-piccoli? Chi può assicurare che i seggi scatteranno in tutte le sei circoscrizioni provinciali pugliesi? E se il seggio non scattasse proprio nella mia circoscrizione? Sono questi i sentimenti e i quesiti che albergano nella mente di numerosi consiglieri.

Per tre decenni l’assemblea di Via Capruzzi ha legiferato con 50 rappresentanti, e c’era persino chi sosteneva che fossero troppi. Primo, perché il tasso di produttività non era spalmato in parti sostanzialmente uguali. Secondo, perché, essendo statutariamente un ente non di amministrazione, ma di legislazione, programmazione, indirizzo e controllo, la Regione Puglia non aveva bisogno di una pletora di eletti e dipendenti. Semmai aveva bisogno di un trust di cervelli in grado di intercettare a tutti i livelli le opportunità migliori per sostenere lo sviluppo suo e delle sue imprese più promettenti. Ma, si sa, nessuno vuole rinunciare a cuor leggero a prerogative e competenze. E così, nonostante istituti come lo Svimez e studiosi di Funzione Pubblica del calibro di Massimo Severo Giannini (1915-2000) avessero disegnato una Regione più snella di Naomi Campbell, la Regione Puglia (ma non solo lei) optò per la strada inversa, quella del gigantismo: sia sul piano della rappresentanza eletta (70 consiglieri) sia sul piano dell’organizzazione gestionale, attraverso la proliferazione di agenzie ed enti vari, spesso doppioni dei singoli assessorati. Poco meno di 30 anni fa, dagli uffici della presidenza spuntò il Libro Bianco sulla Regione Puglia, una radiografia impietosa della lentocrazia imperante, che metteva a nudo i mali strutturali del regionalismo pugliese. Al Libro Bianco venne riservata l’attenzione che di solito si presta agli zii un po’ suonati, invece quel testo costituiva una prima profonda autocritica, dall’interno, su quello che poteva essere e non fu. Interventi in direzione della sobrietà burocratica videro in prima linea dirigenti di valore, come Luigi Ferrara Mirenzi, Elio Dell’Atti, Pasquale Donvito, ma la capacità del sistema di autoalimentarsi a dismisura (non solo in Puglia) fermò tutti i tentativi di rigore finanziario e decisionale. Oggi, però, il piatto piange. 

La matematica dice che la riduzione dei consiglieri giova alle casse regionali. Perché opporsi al taglio, allora? Per salvare il seggio? E se il seggio fosse in pericolo proprio perché ci si oppone ai risparmi istituzionali? E se la ribellione popolare prendesse il sopravvento? Ricominciamo, dunque, con la Regione Puglia a 50 consiglieri. Poi vinca il migliore.

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