Domenica 24 Marzo 2019 | 12:35

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Come un film già scritto tra patrimoniale e pensioni

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Ci risiamo. Alla Banca centrale europea di Francoforte, che avverte inevitabilmente le rigidità asburgiche della Bundesbank, le manovre finanziarie all’italiana piacciono poco o punto. E siccome la Bce non ha la pazienza di Giobbe, nel giro di pochi giorni si passa da un sì di incoraggiamento alle misure anti- crisi a un no di scoraggiamento per i contenuti dei provvedimenti adottati. Infatti. La manovra varata poche settimane addietro deve ancora completare il suo tour parlamentare che già da Francoforte rimbalza la nuova richiesta, il cui succo è questo: «Non basta, ora dovete mettere in cantiere una manovra da 30 miliardi entro la fine dell’anno». Sarà che i tedeschi sono più duri di un paracarro,ma noi italiani facciamo il possibile e l’impossibile per renderli sempre più diffidenti nei nostri confronti.

In Germania dall’Italia si aspettano riforme strutturali, non manovre economiche. Anche perché la storia degli ultimi 30-40 anni dimostra che ogni manovra ha reso inevitabili, in rapida successione, il varo di altre manovre a correzione delle precedenti. Risultato: più tasse, più spesa pubblica, più scatti in avanti del debito pubblico. Giusto il contrario dei propositi di risanamento sbandierati dai manovratori. 

Siccome questa storia non può durare all’infinito, da Francoforte quasi quotidianamente piovono raccomandate senza ricevuta di ritorno, in cui si chiede a Roma di intervenire sull’età pensionabile, di vendere il patrimonio pubblico dello Stivale, di liberalizzare settori più protetti di un asilo infantile. Ma non appena in Italia si affronta solo di sfuggita una tra le riforme caldeggiate dall’Europa, si scatena un putiferio infernale. Per cui, non si tocca nulla. Questo copione riandrà in onda anche nelle prossime settimane, quelle che ci separano dalla manovra suppletiva prospettata ieri da Francoforte. Intendiamoci. Dopo le elezioni politiche del 2013 (o del 2012 se il governo cadrà in anticipo) si dovrà giocoforza mettere mano alle pensioni, dal momento che nessuno all’estero ci consentirà più di mantenere in vita gli assegni di anzianità. Ma fino a quella data bisognerà percorrere un’altra tappa: la patrimoniale. Fino a pochi mesi addietro la parola «patrimoniale» veniva pronunciata in modica quantità, quasi che evocasse scenari da overdose impositiva. Dopo un martellante battage riabilitativo cui hanno partecipato grossi calibri della politica, dell’imprenditoria e della cultura, la «patrimoniale» è stata sdoganata pressoché definitivamente, tanto che ora è in lista d’attesa per la prossima manovra. 

Il bello è che la patrimoniale sulle grandi ricchezze (che ovviamente finirà i contribuenti più onesti con redditi medio-alti) verrà fatta passare per una misura strutturale, quando invece tutti sanno che di un prelievo straordinario tutto si può dire tranne che possa generare effetti duraturi e ordinari. A meno che non si trasformi la patrimoniale in qualcosa di più definitivo, tipo l’aumento degli estimi catastali, o gli incrementi delle tasse automobilistiche, o le aliquote più alte per le rendite finanziarie. Ma, in tal caso, avremmo varato una manovra ancora più depressiva e disincentivante per la crescita, in contraddizione con gli appelli della Bce a ridurre le imposte, appelli che verranno di sicuro rilanciati da Mario Draghi quando erediterà la poltrona tuttora occupata dal francese Trichet. 

Non si capisce perché l’obiettivo della crescita possa centrarlo più lo Stato (cioè la politica) che l’imprenditoria privata. La patrimoniale, nelle sue ipotetiche e multiformi varianti, costituisce uno spostamento di quattrini, dalle famiglie e dalle imprese, a vantaggio dei pubblici poteri. Perché la classe politica dovrebbe saper impiegare meglio dei privati le risorse sottratte ai privati medesimi? Non sono le imprese le «istituzioni » primarie deputate a garantire la crescita economica? Perché esonerarle dal compito di investire per creare prodotti e occupazione? Si potrebbe rispondere: ma il debito pubblico è su livelli stellari. Ok. Ma se non si pota la spesa statale, anche la montagna di soldi originata dalla patrimoniale è destinata a precipitare nel calderone delle uscite senza freni, con buona pace di tutti i progetti di risanamento dei conti pubblici. Finora la rincorsa tra spese e tasse non si è mai fermata, e nulla autorizza a pensare che essa debba fermarsi in avvenire: la tentazione di spendere, per molti politici, è più eccitante di una gita in barca con Miss Mondo. 

Dunque. La road map anti-crisi prevede prima la patrimoniale e successivamente la riforma delle pensioni. L’uno-due è ineludibile anche per ragioni, diciamo così, di marketing politico- elettorale. Cominciare con il varo della patrimoniale equivale a raccontare in giro che pagheranno innanzitutto i ricchi. Proseguire con la riforma delle pensioni equivale a poter dire in pubblico che anche la gente comune è chiamata a rinunciare a qualcosa, ma solo dopo la stangatina sui (presunti) paperoni. La buonanima di Olaf Palme (1927-1986), socialista svedese, sosteneva di far politica per combattere la povertà non la ricchezza. Proposito che, in Italia, forse rimane ancora un concetto straniero.

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