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Perde il cartoon ma non il vizio

di Sergio Fortis
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Il fumetto passa dalla carta all’elettronica. O meglio, alle applicazioni. Per telefonini, lettori digitali e computer. Un passo inevitabile, perché, malgrado le versioni cinematografiche dei supereroi trionfino al botteghino, gli originali cartacei perdono lettori, progressivamente ed inesorabilmente. Si parla degli Stati Uniti, dove un albo mensile vende circa 100 mila copie. Nulla per un bacino potenziale di milioni di consumatori. Così la DC Comics, casa editrice di Superman, Batman, Lanterna Verde e tanti altri simboli dell’immaginario giovanile, riparte da zero con una conversione in digitale.

«The New 52» è il nome di una massiccia iniziativa che prevede un azzeramento delle principali testate che ricominciano dal numero 1. Saranno disponibili anche in cartaceo, ma soprattutto in formati scaricabili per cellulari, iPad e computer. Questo darà la possibilità agli utenti di ingrandire le vignette, fruire di contenuti multimediali e conservare il materiale negli archivi elettronici senza temere che ingiallisca o si deteriori, come accade per i «giornalini».

Non è la morte del fumetto, bensì la sua ennesima rinascita.

O meglio, il prolungamento di una vita ormai ultracentenaria. Nel 1895 sul «World» e sul «New York Journal» sono pubblicate le prime tavole di «Yellow Kid», ragazzino cinese creato da Richard Fenton Outcault. Altri, da puristi, negano che queste prime rudimentali illustrazioni senza storia possano venire considerate fumetti. Mancavano infatti proprio dei balloons, le nuvole che escono dalla bocca dei personaggi e ne contengono le parole.

Il compleanno dei comics andrebbe spostato al 12 dicembre 1897, quando sull’«American Humorist» (supplemento del «New York Journal») viene inserita la prima storia dei «Katzenjammer Kids» di Rudolph Dirks. I due ragazzini terribili, Hans e Fritz, conosciuti in Italia come Bibì e Bibò. La coppia era ispirata a Max e Moritz, protagonisti di sette storie firmate da Wilhelm Busch, apparsi nel 1859 sul primo grosso settimanale umoristico tedesco, «Fliegende Blätter», cioè «fogli volanti». Per non dire di altri precursori, tra cui lo svizzero Rodolphe Töpffer e il francese Félix Tournachon, meglio noto come Nadar, fotografo, pioniere del volo e amicone di Jules Verne, che lo raffigurò nei panni di Michel Ardan in Dalla Terra alla Luna.

Il fumetto possiede qualità e vantaggi che sfuggono a qualsiasi altra forma espressiva contemporanea. Sta fisso sulla carta, pur muovendosi rapidamente attraverso lo spazio e il tempo. È muto, mentre vuole parlare. Non solo i protagonisti delle vignette, anche gli ambienti, i veicoli, la natura. Crack, bang, pow, gulp. Suoni trascritti che sono indicazioni in inglese del rumore evocato (sigh sta per sospiro, grunt per borbottio, ecc.). Il fumetto media direttamente con la letteratura. La esplicita. Dove a uno scrittore occorre un giro di frase per comunicare ai lettori la presenza del rumore, a un fumettista basta indicarlo. Fino a trasformare l’onomatopea in un’arte esilarante, nella quale si è specializzato Jacovitti, che italianizza tutto, così «bang», diviene «sparo», ecc.

Il fumetto è stato eroico e marziale tra una guerra mondiale e l’altra. Si è piegato alla propaganda delle dittature, specie in Italia, quando sotto il fascismo fiorirono eroi come «Furio Almirante» e «Dick Fulmine». Ha mostrato la ricostruzione, il boom e la rivoluzione sessuale, fra gli anni ‘50 e i ‘60. Chi dimenticherà l’impatto dei primi castigatissimi nudi di «Barbarella», «Valentina», «Gesebel» e «Satanik»? È stato oggetto di anatemi scagliati dai soliti bigotti. In particolare quando nel 1954 apparve il libro di Frederic Wertham La seduzione degli innocenti, nel quale si sosteneva che i fumetti traviassero la gioventù, innescando un’attitudine alla delinquenza. O, sul versante opposto, ha trovato chi ne coglieva ampi riscontri culturali. Umberto Eco vi dedicò un’ampia sezione del suo storico saggio Apocalittici e integrati, trattando, fra l’altro, «Steve Canyon» e «Superman» alla stessa stregua dei grandi personaggi della letteratura.

In Italia, il fumetto esordì il 27 dicembre del 1908, quando nelle edicole giunse «Il Corriere dei Piccoli», supplemento per bambini del «Corriere della Sera». Sulle sue pagine apparivano le traduzioni peninsulari delle tavole americane e le prime due stelle di carta nazionali: il «Signor Bonaventura» di Sto (Sergio Tofano) ed il «Sor Pampurio» di Carlo Bisi. Note sdrammatizzanti per l’Italia inizio secolo.

Che passi dal tratto inchiostrato alla scansione digitale, il fumetto non smetterà di sollecitare il lavorio fantastico. Nonché di spettacolare divertimento collettivo con il cosplaying, che consiste nell’indossare il costume del personaggio a fumetti preferito. Di eroi che travalicano la quotidianità c’è sempre bisogno. Più che mai in questa epoca delle incertezze, sotto l’enigmatica cupola del terzo millennio.

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