Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:29

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Nel porto di Bari ostaggi dei nazisti

di Vito Antonio Leuzzi
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«Non dimenticherò mai quel giorno. All’entrata del porto, da uno dei cancelli della guardia di finanza, trovai la strada sbarrata da un soldato tedesco che aveva una mitragliatrice a terra. Trasportavo sul mio carretto, come ogni giorno, un carico di circa trenta quintali di riso dai magazzini di via Napoli ad una delle navi. Non so per quanto tempo rimasi fermo con il mio cavallo sotto quello sguardo minaccioso. Gli altri carrettieri erano bloccati all’interno, alcuni con i figli: erano stati presi come ostaggi e spinti sotto la diga nuova. Per evitare fughe spararono sui cavalli». Così Peppino Auciello rievoca le vicende di Bari accadute nel 9 settembre 1943, un giorno caratterizzato dall’assalto dei reparti nazisti al porto del capoluogo, con il chiaro intento di distruggerne le strutture.

Peppino Auciello ora ha 86 anni. Di professione ha fatto sempre il carrettiere, attività iniziata all’età di dodici anni, seguendo il padre e il nonno. In quel settembre aveva 18 anni. E ricorda cosa avvenne.

Per la prima volta le testimonianze orali di alcuni soci della Cooperativa trasporti baresi (che aveva sede in via Francesco d’Assisi, nelle vicinanze del Castello Svevo) mettono in luce alcuni aspetti poco conosciuti della violenta operazione distruttiva, tentata dai nazisti nel capoluogo pugliese all’indomani dell’armistizio.

Questa testimonianza viene confermata dalla famiglia Lisco, in particolare da Angela che aveva un fratello e il padre nella Cooperativa trasportatori. E anche da Nicola Aucelli, che assieme a un suo coetaneo si trovò, verso mezzogiorno, all’interno del porto, mentre portava a suo padre la gamella della minestra, avvolta in un grande fazzoletto di colore blu: «Avevo otto anni, entrammo nel porto, come ogni giorno seguiti da un volpino che era sempre con me. Il cane a metà strada si fermò. Improvvisamente vedemmo i facchini che scappavano. Chiusero il cancello per non farci uscire. Mio padre, il padre del mio amico assieme ad altri carrettieri, operai e facchini con a fianco alcuni figli piccoli furono tenuti come ostaggi. Ho visto i bambini piangere aggrappati alle gambe dei genitori. Riuscii con il mio amico a scappare. Abbiamo, però, sentito le urla delle donne della città vecchia che assieme a molti ragazzi si dirigevano verso il porto dove lavoravano mariti, fratelli e figli».

La forte reazione popolare di Bari vecchia, soprattutto dei più giovani che affiancarono i diversi nuclei militari, tra cui marinai, finanzieri, genieri, carabinieri, ex militi e vigili urbani fu decisiva. Tra le varie iniziative personali, alcune testimonianze mettono in evidenza, in particolare, l’impegno del giovanissimo Michele Romito nei pressi dell’arco di San Nicola: il ragazzo con una bomba a mano riuscì a mettere fuori uso una delle autoblindo germaniche dirette al porto, dove già si erano contate delle vittime tra militari e civili italiani.

L’azione spontanea di militari delle diverse armi e di molti civili, sostenuta anche dagli uomini del generale Bellomo che si recò al porto, assieme a giovani ufficiali - in particolare, Pasquale Calvario, Silvestro Vignola e Piero Loprieno - rappresenta una delle prime e più riuscite azioni della lotta di liberazione in Puglia e nel resto d’Italia all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre.

Nel capoluogo pugliese tutte le strutture logistiche più importanti tra cui il porto, il Palazzo delle poste e Radio Bari, i magazzini di via Napoli, furono ben difese costringendo il comando tedesco a spostare l’azione distruttiva verso il Nord barese.

Non solo a Bari, ma in tutta la Puglia si verificarono azioni di contrasto contro le truppe naziste. I reparti della Wehrmacht, tra cui la prima divisione paracadutisti, a poche ore dall’armistizio tentarono di penetrare nel porto di Taranto, ma desistettero dall’assalto di fronte alla ferma opposizione dei marinai e delle maestranze operaie. Fallì a Putignano e a Noci l’azione distruttiva degli apparati di telecomunicazioni del IX corpo d’armata per la pronta reazione dei soldati italiani guidati dal tenente Nicola Scarpelli (un professore di Trani). A Bitetto, paese alle porte di Bari, la mattina del 9 settembre un intero reparto di soldati italiani - che tentava di impedire sorprusi nei confronti della popolazione civile - fu letteralmente trucidato dai nazisti, i quali si accanirono contro il sottotenente De Liguori, finendolo con il calcio dei fucili mitragliatori.

Le stragi e i misfatti nazisti a Castellaneta, Barletta, Murgetta Rossi, nei pressi di Spinazzola, e Valle Cannella (Cerignola), nonché in diverse altre località dell’Alta Murgia, dell’Appenino Dauno e della vicina Basilicata (tra cui Matera e Rionero in Vulture), furono coperte in gran parte da un colpevole silenzio. Così nel secondo dopoguerra i militari della Wehrmacht responsabili di efferati crimini di guerra vissero indisturbati nella Germania democratica. Ancora oggi cadono nel nulla i tentativi di alcuni tribunali militari italiani indirizzati a stabilire la verità sulle spaventose stragi, soprattutto di civili in Liguria, Emilia e Toscana, e a individuarne i responsabili.

Nei mesi scorsi dopo la condanna di tre ex soldati nazisti all’ergastolo per l’eccidio di Fucecchio in provincia di Firenze (all’alba del 23 agosto 1944 furono trucidati 184 civili, tra cui un’anziana contadina cieca alla quale fu messa nella tasca del grembiule una bomba a mano), il governo tedesco ha rispedito al mittente la richiesta di estradizione dei militari che operarono in Italia eludendo, ancora una volta, un principio fondamentale di giustizia e di verità.

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