Domenica 24 Marzo 2019 | 12:16

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Sciopero nel calcio: i poteri in gioco dietro lo stop

di Vito Marino
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Sul fatto che i calciatori professionisti siano dei lavoratori privilegiati non ci piove. E siamo d’accordo pure sul fatto che debbano pagare puntualmente le tasse, come tutti noi comuni mortali. Ma le grottesche vicende di questi ultimi giorni inducono a una più attenta riflessione su una stucchevole diatriba che si trascina da Natale. Soprattutto perché sembra ispirata più da giochini di Palazzo che da reali distanze siderali fra le parti in causa, giocatori in primis.

Diciamolo senza ipocrisie e tanti giri di parole: l’oggetto del contendere è davvero poca cosa; la guerra tra atleti, Lega e Federazione, sfociata nel secondo sciopero di categoria che la storia italiana ricordi non può essere frutto dell’interpretazione del famigerato articolo 7 della bozza di contratto, quello sui «fuori rosa», e neppure del contributo di solidarietà, che peraltro non si sa ancora quale sbocco avrà in Parlamento a rimorchio della Finanziaria. Siamo invece in presenza di un vero e proprio assalto alla diligenza sulla quale scorazzano da anni Giancarlo Abete da una parte e Maurizio Beretta dall’altra. 

Cosa c’è che non va? C’è che il presidente della Figc non è visto di buon occhio da molti presidenti (De Laurentiis non ne fa mistero: «Roba da preistoria») per le frequenti invasioni di campo e sul modo più ampio di operare. Abete - si sussurra - avrebbe perso la sintonia con le Leghe che di recente hanno fatto fronte comune su problemi che le hanno viste a lungo armate l’una contro l’altra. Gli si contesta un quadriennio certamente non felicissimo, culminato un anno fa nella figuraccia ai mondiali del Sud Africa; la sconfitta politica per l’aggiudicazione di Euro 2012, la rottura con la Lega di serie A che per un lungo periodo ha boicottato le riunioni del Consiglio federale, la mancata riforma dei campionati, la storia degli extracomunitari e, per ultima, la discutibile gestione della vicenda Calciopoli, un argomento scottante e ancora di strettissima attualità che sta avvelenando uno sport che avrebbe bisogno di ben altro per provare a venire fuori da una crisi tecnico-istituzionale che sta mettendo alla berlina l’Italia del pallone, come testimoniano l’eliminazione dell’Udinese dalla Champions e le uscite di scena dalla Europa League di Roma e Palermo, addirittura al primo turno. 

Di trappole disseminate dappertutto si parla anche in seno alla Lega. Sono in molti a non vedere di buon occhio l’incarico che Maurizio Beretta ha incartato a inizio d’anno da Unicredit. È vero, lui in Lega è dimissionario da mesi; intanto è ancora lì, attaccato alla poltrona e continua a menare la danza barcamenandosi fra presidenti amici e nemici, in una giungla nella quale non si riuscirà mai a mettere tutti d’accordo. 

La verità è che, al di là degli aspetti formali, molti presidenti hanno boicottato qualsiasi iniziativa tesa a ricomporre il mosaico perché non volevano giocare in questo fine settimana, preferendo cominciare il campionato a mercato chiuso, dopo la sosta per gli impegni della nazionale. Con qualche nome altisonante in più in organico e qualche infortunato in meno. 

Ecco perché, al netto di demagogie di comodo, i giocatori, per una volta, a noi sembrano strumento e facile bersaglio di una battaglia di ben più ampio respiro che mira a fare uscire di scena personaggi storici, a ribaltare gerarchie. Assomigliano più a sagome di cartone alla mercè di logiche di potere, di presidenti senza scrupoli stanchi di recitare il ruolo di «ricchi scemi» e pronti a tutto pur di difendere il fortino attaccando trasversalmente (o frontalmente, fate voi) Federcalcio e Coni. Attenzione, però: potremmo trovarci a fare i conti con un gioco al massacro.

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