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La sensazione di vivere una fase nella quale la politica del governo è incapace di guidare il paese attraverso le trasformazioni richieste è del tutto evidente.

Meno chiara è come la crisi politica incroci quella finanziaria. In questa crisi il debito "sovrano" accumulato in anni di facili spese si somma ad un sistema finanziario che ha fatto della speculazione "corsara" la sua cifra di comportamento. Per una combinazione, forse non casuale, i nodi politici e quelli finanziari vengono al pettine insieme.



Warren Buffet, il ricchissimo guru della finanza americana spiega che quando sale la marea della crisi rimangono a galla pochi grandi yacht, le piccole barche affondano.

E' una semplificazione massima, forse eccessiva, ma non lontana dall'essenza della questione: la finanza è un'entità sempre più estranea a quella dell'economia reale, della produzione, delle imprese e dei servizi. Aliena dalla produzione di ricchezza generata da ricerca, sviluppo, iniziativa, impresa.

La finanza, attraverso le banche d'affari, è diventata un formidabile produttore di rendite finanziarie che attraverso strumenti sofisticati (derivati, futures, etc) produce immensi utili per una piccola casta di investitori e rentier con l'effetto degenerativi sull'economia reale. Accelerando fenomeni di globalizzazione genera, crisi sociali, disoccupazione, in sintesi recessione. Il fallimento della Lehman ha dimostrato quanto le "leve" inventate dai guru finanziari alla ricerca di facili e immediati guadagni, siano dannose. A quel tempo lo stesso Obama promesse la linea dura contro questa finanza.

Ma la lobby nel frattempo si è ricostituita e negli Usa come da noi la finanza è tornata ad operare nel solito modo, con mano libera sui mercati.


Dall'altra parte, la politica delle promesse, delle elezioni vinte con una ricetta di marketing a base di sogni e illusioni deve ora fare i conti non solo con l'accumulo del debito ma soprattutto con la mancanza di crescita.

Questa fase non potrà che essere di "lacrime e sangue" ed è francamente difficile immaginare che a gestirla siano coloro che hanno contribuito a crearla.


Ci vuole una classe politica capace di parlare chiaro ai cittadini, ma capace anche di imporre regole certe e scoraggiare la speculazione a favore degli investimenti produttivi. Una classe politica che tagli i ponti consociativi con la finanza speculativa.

Prima smetteremo di credere alle formule magiche dei guru della finanza e dei maghi Merlino della politica, alla ricerca di facili guadagni e di facili consensi, prima inizieremo a risalire la china. E' necessario però che nella società ci sia consapevolezza di quanto sia cruciale tagliare i rami improduttivi della politica, non solo per ridurne i costi, ma per restituirgli il senso etico e di servizio a cui si ispirarono i padri costituenti.

Chiunque in questi anni abbia usato cariche elettive e istituzionali per una gestione del privilegio e del potere fine a se stesso, chiunque abbia condiviso con la finanza corsara l'idea di una società dei facili sogni, non potrà certo pilotare questa fase. La strada è in salita, ma i recenti avvenimenti dall'altra parte del Mediterraneo confermano che quando le società maturano convinzioni di cambiamento, qualunque potere, persino quello assoluto delle dittature, può cadere. Davanti a noi abbiamo in questo momento un baratro. "Questa volta è diverso", per citare il titolo del libro di due economisti americani che hanno suonato la sirena dell'allarme sulla spirale devastante innescata da debiti sovrani e meccanismi finanziari fuori controllo. Siamo pronti a svegliarci prima della catastrofe o preferiamo vivere con l'orchestrina del Titanic che nasconde il rumore della falla che si apre sotto di noi?

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