Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:13

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La vera colpa dei tartassati deboli sul piano elettorale

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Tasse, tasse, tasse. Sembra che i governanti europei e italiani non conoscano altro ritornello. Eppure la Storia dovrebbe loro insegnare qualcosa.

Quasi tutte le rivoluzioni sono scattate per protesta contro le vessazioni fiscali da parte di sovrani e signorotti vari.

Lo stesso Parlamento, in Occidente, è nato per placare la libidine impositiva e la voglia di spendere dei monarchi, salvo poi trasformarsi, le assemblee elettive, in un ulteriore strumento di spremitura tributaria.

Le tasse sono inevitabili. Nessuna nazione potrebbe sopravvivere senza il contributo monetario dei suoi cittadini alla salvaguardia dei servizi pubblici.

Ma una tassazione eccessiva, oltre a trasformarsi in una scappatoia di coscienza per evasori ed elusori, finirà per spegnere sul nascere il principale propellente di una società smaniosa di crescere: il merito.

Da anni si ripete senza pause che, in Italia, l’ascensore sociale si è rotto come un motore rimasto a secco. I ricchi restano ricchi. I poveri restano poveri. Il ceto medio che, fino a pochi decenni addietro, si trovava nel limbo della ricchezza oggi si ritrova nell’anticamera della povertà, in una situazione più paradossale di una commedia pirandelliana: per i poveri il ceto medio è tuttora una classe di ricchi mentre per i ricchi il ceto medio rimane e rimarrà una classe di poveri.

La manovra economica del governo è concentrata su quel fazzoletto di volenterosi (1,2%), la cui unica colpa è quella di guadagnare più di 90mila euro lordi (4mila euro al mese) e di contribuire nella misura del 20% al gettito fiscale complessivo. Il che li rende più indifesi di un reparto di neonati: sono considerati privilegiati da chi non raggiunge le loro fasce di reddito, e sono ritenuti inoffensivi dal potere politico, dal momento che torchiare l’1,2% di cittadini che assicura il 20% delle entrate tributarie non sarà un atto di giustizia, lealtà e onestà, ma di certo è una manovra pressoché priva di rischi: l’1,2% di tartassati potrà scrivere lettere di proteste ai giornali, ma questi contribuenti non costituiranno mai un pericolo per le fortune elettorali di chi li tosa con la voluttà di un pastore a caccia di lana.

Ecco il punto. Il ceto medio che guadagna sui 4mila euro non fa paura nelle urne. Troppo esiguo sul piano numerico. Assai più insidiosa, per il potere, sarebbe stata un’operazione anti-evasione e anti-elusione, visto che l’esercito dei contribuenti infedeli non conosce diserzioni. Anzi s’ingrossa ogni giorno di più in concomitanza con la pioggia dei prelievi fiscali. Ergo. Meglio non sfidare un’enorme platea di possibili elettori inferociti. Meglio continuare a massacrare il popolo dei fessi, anche a costo di inquinare irrimediabilmente il tessuto morale degli italiani.

Sì, perché la manovra firmata da Giulio Tremonti e accettata da Silvio Berlusconi costituisce una misura negativa, e forse devastante, non soltanto sul piano economico (non si è mai vista una ripresa economica agevolata da una grandinata di tasse), ma anche e soprattutto sul piano etico, immateriale, psicologico e filosofico. La sua lezione è scoraggiante. A che serve impegnarsi, studiare, rispettare le leggi, se il pur minimo guadagno in più rispetto al resto della società, verrà punito dal governo dei tartassatori? A che serve sgobbare per scalare qualche gradino nella piramide sociale se poi il fisco si rivelerà più affamato di un coccodrillo? Tanto vale, allora, tirare il freno, imboscarsi, sommergersi: la socialità generale premierà anche i più furbi e neghittosi.

Alle corte. Con una tassazione al 53%, che con le aliquote locali del federalismo vorace toccherà quota 60%, l’idea stessa di poter «arricchirsi» onestamente, col lavoro e l’impegno, svanirà sùbito, come un sogno mattutino. Nemmeno un Bill Gates riuscirebbe a diventare milionario, non miliardario, con una pressione fiscale così oppressiva. Ce la potrebbe fare a una doppia condizione: disobbedendo al fisco o scegliendo di investire in un altro Paese.

Ma che messaggio è quello di far capire che solo aggirando la legge sarà possibile rimettere in moto l’ascensore sociale? Che futuro può avere una nazione rassegnata a subire una tassazione dopo l’altra che, automaticamente, sfoceranno in un surplus di evasione fiscale? Che avvenire potrà avere una nazione orientata a spazzare via, a colpi di balzelli, quel minimo di borghesia produttiva e operosa che ancora si difende sul mercato dei prodotti e delle professioni?

Nemmeno Karl Marx (1818-1883) avrebbe previsto che a colpi di tasse la borghesia occidentale avrebbe imboccato il cammino dell’«auto-olocausto». Lui era scettico, a differenza del compagno Friedrich Engels (1820-1895). Ma forse ha ragione chi ritiene che, se vivesse oggi, l’autore del Capitale si metterebbe a difendere le masse dei depredati dal Moloch fiscale: sono loro i candidati a precipitare nella scala sociale, in un processo di immiserimento del ceto medio che avrebbe tanto solleticato l’attenzione del filosofo di Treviri.

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