Martedì 26 Marzo 2019 | 23:44

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Puglia, un’arretrata «terra promessa» negli anni Cinquanta

di Vito Antonio Leuzzi
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«Bari è la capitale delle luci e il porto delle speranze della Regione». Così il settimanale «Epoca» agli inizi dell’estate del 1951 dava inizio ad un reportage sulla Puglia ponendo l’accento sosprattutto sulla arretratezza delle sue aree interne e sulla cronica assenza d’acqua, che scorreva in abbondanza solo nel sottosuolo. L’autore dell’inchiesta era uno scrittore d’eccezione: il poeta e giornalista Alfonso Gatto. Noto per le sue descrizioni dell’Italia delle periferie, iniziata alcuni anni prima in occasione del giro d’Italia, il poeta nei suoi reportage (con contributi di altri collaboratori della rivista) cercava di cogliere della Puglia gli aspetti peculiari delle aree interne, caratterizzate da un pesante immobilismo nella vita civile e produttiva.

«Nei lunghi giorni d’estate - affermava lo Alfonso Gatto - ci sono ore in cui le piazze delle città e dei paesi di Puglia sono abitati da secchi, da conche, da brocche, da barili messi in fila indiana davanti alle fontanelle mute. Aspettano l’ora dell’acqua e “ten - gono il posto” come si dice, alle donne, agli uomini, ai bambini che si siano ritirati al fresco ad aspettare». 
L’attenzione di Gatto si concentrò soprattutto sull’Alta Murgia, sul Gargano, sulla collina brindisina e sul basso Salento. L’acqua nonostante la costruzione del più «grande acquedotto del mondo» - come indicavano le guide -, non arrivava nelle abitazioni dei più poveri ed in particolare era sconosciuta nelle campagne dominate ancora dal latifondo. «Evidentemente - notava lo scrittore - l’Aquedotto pugliese non riesce a far scialare i pugliesi, specie quelli che stanno in periferia». 

L’erogazione dell’acqua a Peschici si registrava solo per due ore al giorno, dalle dieci alle dodici, e alle tre fontane pubbliche del paese iniziava la battaglia per il rifornimento delle case dei poveri. Le donne inviavano in avanscoperta i bambini e spesso «attaccavano duelli e sfide con le più vicine, minacciandole con le secchie e le conche di rame innalzate sulle teste». La descrizione della vita quotidiana del Sud e dei suoi disagi constatati da Gatto si arricchiva di singolari immagini fotografiche pregne di un profondo significato antropologico e sociale. 

Nel ritrarre una donna con in braccio il suo bambino davanti alla sua abitazione, così Alfonso Gatto annotava: «Vestita di nero, un nero che spiccava contro il bianco della casa, questa donna di Peschici si voltò di scatto per non farsi fotografare: non voleva, era a lutto, un’addolorata». Mentre a Ceglie Messapica, «davanti alle porte delle proprie case, le donne pestano le fave secche su una tavoletta di pietra. Le fave sono il cibo comune dei braccianti durante l’inver no: fave lesse, condite con un filo d’olio e pane». 
Infine a Tricase, centro per la lavorazione del tabacco, il paese appare ad Alfonso Gatto quasi dimenticato nella polvere degli anni: «Le donne che parlano a gesti più che con la voce, s’affacciano da un passato di dolore per sé e per i figli». 

Nell’ampia inchiesta di «Epoca» si poneva l’accento sullo «stato infantile dell’industria pugliese», caratterizzata per lo più da localizzazioni di attività dello Stato come l’Arsenale a Taranto e la cartiera a Foggia e i monopoli del tabacco a Bari e Lecce. Solo a Brindisi erano allocate la Montecatini e l’Italcementi, espressioni, però, dell’industria monopolistica nazionale. «Questa poca industria - si affermava sul settimanale - basta soltanto a dare un po’ di fumo di ciminiera a Bari e a Taranto» . L’agricoltura rappresentava l’attività produttiva dominante, condizionata, tuttavia, dalla persistenza del latifondo e dall’assenza di macchine, concimi e e soprattutto di acqua. 

I reportage del settimanale, dettero impulso ad intensi dibattiti in Parlamento, che alla fine del 1951 avviò una della prime indagini sulle aree più arretrate del Paese. Si scoprì che le grotte a Matera, Gravina, Andria e in diverse zone del Gargano, ospitavano migliaia di nuclei familiari; mentre tifo e analfabetismo si presentavano nei quartieri popolari anche di una grande città come Foggia. La disoccupazione costituiva, comunque, il vero male oscuro della regione, la cui soluzione sembrava affidata quasi esclusivamente alla ricetta migratoria. L’impegno giornalistico di Alfonso Gatto, questo fine poeta originario di Salerno, contribuì a a svegliare l’Italia dopo i silenzi imposti dal fascismo, arricchendo quella letteratura meridionalistica che alla fine del 1951 si consolidò con la pubblicazione assunta dalla casa editrice Laterza di Un popolo di formiche di Tommaso Fiore, vincitore del premio «Viareggio» dell’anno successivo.

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