Martedì 26 Marzo 2019 | 04:02

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Non basta uccidere il porcellum per ripartire

di Giuseppe De Tomaso
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La storia la conoscono pure in Nuova Zelanda. Quando in Italia il sistema politico va in tilt, scatta immediatamente, come un pavloviano riflesso condizionato, la rivolta contro la legge elettorale. Il copione si sta ripetendo nell’anno di grazia 2011, anche se la ripresa del dibattito sulle regole di elezione dei nostri parlamentari ha tutta l’aria di un diversivo per la distrazione di massa dai veri problemi della nazione. Intendiamoci. Che il cosiddetto Porcellum, ordinamento elettorale fondato sulla nomina di senatori e deputati, sia indifendibile come il mostro di Utoya, e vada archiviato al più presto, non ci piove. Ma che l’instabilità e l’ingovernabilità politica dipendano esclusivamente dalla riforma firmata da Roberto Calderoli, beh è una tesi alquanto ardua da sostenere. Se così fosse non si capirebbe perché la giostra di governi e ministri sia preesistente al battesimo del modello ora in vigore. Sostiene Berlusconi: «Che colpa ho io se la mia alleanza è stata sottoposta negli anni al fuoco amico, prima di Bossi e successivamente di Follini, Casini e Fini? Come potevo governare come volevo, se dovevo difendermi dagli attacchi da parte dei soci della coalizione? ». Ribatte Casini: «È colpa di Berlusconi se l’Italia è in crisi. Lui ha preferito mettere i suoi problemi al centro di tutto». Obietta Fini: «Berlusconi è schiavo di Bossi, la cosa non può più continuare». 
Interviene Maroni: «In Italia ci sono due premier, Berlusconi e Tremonti, ma chi conta di più è quest’ultimo, perché dotato di poteri inimmaginabili solo pochi anni addietro». Dice Bersani: «Il responsabile della crescita zero è Berlusconi, prima se ne va, meglio è». 

Soltanto l’esecrazione, ma a parole, dell’odierna legge elettorale mette d’accordo leader parecchio distanti. Ma le divergenze piombano come grandine non appena si passa al capitolo delle soluzioni. Anche all’interno dei singoli partiti non si contano le ricette miracolose, dal collaudato maggioritario e dalla classica proporzionale fino alle loro innumerevoli varianti. Si trascura ancora una volta quella che, a nostro parere, costituisce una verità chiara come l’acqua: il baluardo della stabilità, e quindi delle scelte coraggiose nei momenti di crisi, non è la legge elettorale, bensì il sistema costituzionale. 

L’Inghilterra è la patria della democrazia parlamentare. Eppure, nei loro rispettivi Paesi, il premier britannico conta più di Barack Obama che pure guida la democrazia presidenziale per antonomasia. I criteri di votazione incidono relativamente. Risalta assai di più il fatto che il primo ministro inglese può sciogliere le Camere (potere precluso al presidente Usa) e dimissionare i suoi ministri. In Germania, dove vige la legge proporzionale con soglia di sbarramento, il Cancelliere non è un capo del governo esposto ai capricci dei suoi: chi volesse sfrattarlo dovrebbe farsi sottoscrivere, a maggioranza, la mozione di sfiducia costruttiva (il governo va a casa solo se è pronto un altro a sostituirlo). In breve. Il presidente del Consiglio, in Italia, è un capo di governo per modo di dire. Non dispone nemmeno della metà dei poteri riconosciuti ai presidenti delle Regioni, delle Province, e ai sindaci, che non a caso vengono chiamati governatori o cacicchi. La designazione di un ministro diventa più difficile di un esame di chimica in lingua araba. Idem il licenziamento. 

Esempio. Berlusconi forse vorrebbe sostituire Tremonti con un nome a lui più vicino. Ma non può fare nulla perché l’investitura di un ministro tocca al Capo dello Stato, non al presidente del Consiglio. Ergo, il premier non può liberarsi di un collega con cui va poco d’accordo. Stessi problemi per la nomina di un ministro, come dimostra la telenovela della Giustizia, da dove Alfano non vede l’ora di sloggiare, ma dove non si sa ancora chi mandare, perché Berlusconi e Napolitano hanno, al riguardo, opinioni che collimano poco. A differenza della vulgata più diffusa, lo stesso bipolarismo, ritenuto un esempio di chiarezza e trasparenza per eletti ed elettori, c’entra poco o punto con il sistema elettorale. 

L’Italia potrebbe adottare il modello elettorale inglese, simbolo del maggioritario secco (aut-aut). Ma se non dovesse importare anche i pesanti poteri esercitati dal primo ministro di Sua Maestà, da noi non cambierebbe nulla. Il capo del governo non disporrebbe di alcun elemento dissuasivo e persuasivo sia nei confronti dei suoi ministri che delle assemblee elettive. Il che autorizzerebbe parlamentari pendolari e ricattatori vari a non cambiare strategia di vita. Traduzione: premier azzoppato, periodiche minacce sotterranee di crisi, litigiosità endemica nelle coalizioni, ministri più scatenati di John Travolta in discoteca. Alle corte. Il bipolarismo è figlio del modello costituzionale, non delle alchimie o delle normative elettorali. Un capo di governo, che possa giovarsi dei poteri di scioglimento delle Camere, della nomina/revoca dei ministri, e dell’ombrello chiamato sfiducia costruttiva, attira come una calamita lo schieramento attorno alla sua persona. È lui che polarizza la maggioranza e, indirettamente, anche la minoranza. L’operazione gli riuscirebbe anche se i legislatori introducessero la proporzionale pura, considerata come l’origine della conflittualità permanente fuori e dentro le singole alleanze e all’inter no delle stesse formazioni politiche. Conclusione. Non basta uccidere il Porcellum. Se si vuole la stabilità, si deve modificare l’assetto costituzionale. In caso contrario rivedremo lo stesso film, anche se a recitarlo saranno altri attori.

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