Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:15

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Il Cavaliere il Senatùr e il Professore troika in trincea

di Giuseppe De Tomaso
Da anni formano, o formavano, l’irresistibile troika della politica italiana. Il primo, Silvio Berlusconi, è così cospicuo che sta per pagare sull’unghia 560 milioni al suo rivale di sempre, Carlo De Benedetti, senza, con ciò, dover mettere a repentaglio i conti del suo Gruppo. Il secondo, Umberto Bossi, è così potente da restare alla guida dei suoi anche dopo aver patito una malattia che avrebbe abbattuto un toro. Il terzo, Giulio Tremonti, è così influente da riuscire a legare la sorte del Belpaese e, addirittura, dell’Euro, alla sua carriera personale.

Ma i tre costituiscono ancora adesso una troika più solida delle Piramidi? Bah. Da qualche mese, il tris d’assi del centrodestra italico, che pure non marciava sempre d’amore e d’accordo (anzi), ha perso punti in peso politico e in autostima personale, tanto è vero che pur detestandosi cordialmente, come avviene in tutte le stanze del Potere, i tre sono costretti a fingere di volersi bene, come capitava a Sandro Mazzola e Gianni Rivera le poche volte che giovavano assieme in Nazionale.

Silvio, Umberto e Giulio, che ora non lo ammetterebbero nemmeno sotto tortura, sanno che il futuro di ciascuno di loro dipende dal futuro degli altri due sodali di governo. Il Cavaliere ha saltato gli ostacoli con la disinvoltura dei fratelli D’Inzeo fino all’anno scorso. Poi, vuoi Ruby, vuoi i processi, vuoi le tasse che non calavano mai (anzi), il suo indice di gradimento tra gli italiani ha cominciato a flettere, tanto da indurlo ad accelerare la nomina del suo delfino (Angelino Alfano): un segnale di disponibilità verso i tifosi della cosiddetta discontinuità (leggi pensionamento di Zio Silvio). 

Il Senatùr, pur non essendo il proprietario della Lega, è stato per decenni molto di più: il fondatore, il padre padrone, il dominus assoluto del movimento. Chi si è messo sulla sua strada è precipitato nel burrone sottostante. Il solo evocare la parola ricambio per la guida del Carroccio poteva costare, ai fantasiosi prelati in camicia verde, un’inappellabile scomunica a vita. Il Professore, pur non essendo un leader politico, ha governato l’economia nazionale come un super-commissario dotato di poteri pressoché assoluti. Se, prima del caso Milanese, c’era un nome per il dopo Berlusconi, quello del fiscalista di Sondrio era più gettonato dei dischi di Celentano nei formidabili Anni Sessanta.

Dunque. A differenza di quanto poteva e può succedere alla maggioranza degli italiani, nessuno dei tre - fino a ieri - rischiava di perdere il posto. Ora, invece, anche il «dogma» dell’insostituibilità del terzetto, è entrato nel cono d’ombra della fallibilità. Non sono soltanto Pierferdinando Casini e Pier Luigi Bersani a disegnare e ausopicare scenari post-arcoriani. Anche all’interno di Pdl e Lega acquistano coraggio quanti sognano promozioni chigiane per lo stesso Alfano, per Maroni, per Formigoni e altri diadochi del regno berlusconiano. C’è finanche chi prevede un patto generazionale tra i colonnelli pidiellini e gli ufficiali leghisti smaniosi di scalare la vetta decisiva: il governo. Insomma. Se alla vigilia dei mitici mondiali di calcio del 1970, nessuno avrebbe mai scommesso una lira - come ebbe a malignare l’allenatore-filosofo Manlio Scopigno (1925-1993) - sulla visione, via satellite, di Comunardo Niccolai (re degli autogol), invece a Pasqua 2011 nessuno avrebbe puntato un euro sulla designazione di Alfano al timone dei berlusconiani e sull’offensiva (insieme oscura e trasparente) del ministro dell’Interno per la leadership sulle truppe bossiane.

 Invece, è accaduto di tutto e di più. A dimostrazione che pure per i partiti personali (come lo sono Pdl e Lega) arriva il momento del parricidio o, per lo meno, del distacco dal padre, a volte contrastato a volte concordato. Da perfetto e provetto democristiano, il ministro della Giustizia non è tipo da brusche accelerazioni. Alfano è consapevole del fatto che la fretta e l’impazienza siano i peggiori nemici di un aspirante leader. Ergo, meglio aspettare. Anche disattendendo i consigli degli spiriti più nuovisti e baldanzosi. Un conto è conquistare la scena di attore protagonista sotto la benedizione del Capo, un conto è cercare di bruciare le tappe per tentare di fargli le scarpe. I monarchi sono adusi a pianificare in ogni particolare il passaggio di consegne ai loro successori. Guai a forzare, loro, la mano. Potrebbe verificarsi ciò che capitava a ogni numero due del sistema sovietico, immalcabilmente scavalcato dal numero tre per non aver saputo attendere la nomination al momento giusto e dalla persona giusta.

Appare più attivo il ministro Roberto Maroni, anche se il suo protagonismo è in gran parte giustificato dalle precarie condizioni di salute di Bossi. Ma siccome Bossi è Bossi, l’unico nome carismatico dei lumbard, anche a Maroni conviene procedere con cautela nell’operazione successione, pena il rischio di essere sgambettato dal boss a due metri dal traguardo. Anche lui pensa che conviene arrivare al traguardo con la benedizione del capitano.

E gli aspiranti alla cattedra ministeriale di Giulio Tremonti? Per adesso nessuno esce alla scoperto. Anzi c’è solo chi si limita a chiedere la spacchettamento di un dicastero che comanda su tutto, anche su Palazzo Chigi. Ma, si sa, i prudenti di oggi spesso si trasformano nei kamikaze di domani. Comunque. Il Divo Giulio, che era il più forte ora appare il più debole nel terzetto che ha governato lo Stivale negli anni del centrodestra. Sic transit gloria mundi, verrebbe da dire. La troika, però, appare meno spacciata di quanto sembri. Avversari, rivali e pretendenti sono troppi e ancora troppo deboli per uccellare il triumvirato che da anni regge lo Stivale.

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