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La Sinistra italiana in mezzo al guado

di Michele Cozzi
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Il berlusconismo, al di là della contingenza politica legata alla durata del governo, ha intrapreso la parabola discendente. È al crepuscolo. Esso ha dispiegato interamente i suoi frutti, ha dato voce e volto a una società “sonnacchiosa” all’epoca della Prima Repubblica, da cui è riemersa reclamando il proprio spazio nell’agorà politica, con il suo bagaglio di “valori maledetti”: individualismo regressivo (che è altro rispetto all’individualità); corsa al successo senza se e senza ma; sfaldamento dell’etica pubblica e persino di un basilare tasso di civismo; uso del corpo come mezzo di affermazione (basti pensare alle sciagurate affermazioni del parlamentare del Pdl, Stracquadanio: «Se le deputate hanno usato il loro corpo per essere elette non si devono dimettere»); il “qui e ora” come orizzonte di vita; la parte invece del tutto, l’Io al posto del Noi.

Sono questi rivolgimenti umorali e culturali a spiegare il modo diverso con cui la società italiana risponde alla crisi morale del berlusconismo. Una parte del Paese scende in piazza, esprime indignazione per i comportamenti privati del premier; ma vi è un’altra parte che resta insensibile a queste questioni, nelle quali, anzi, trova conferma del superomismo del condottiero al quale hanno delegato presente e futuro. E che, ancor più, ragiona con la tasca.

Nelle intenzioni, il berlusconismo doveva dare corso a una sorta di “rivoluzione liberale”, con meno tasse, più efficienza, più libertà d’impresa, più liberalizzazioni, meno controlli. In pratica: doveva fare quello che comunemente fa un governo moderato e di destra. La storia è andata diversamente.

I suoi effetti sono maggiori sul lato del costume, del senso comune, della formazione di un nuovo immaginario, della liberazione della società dalla palude un po’ bigotta da Prima Repubblica.

Non mancherebbero, quindi, i sintomi per voltare pagina e chiudere un’epoca. Ma a inizio 2011, con la vittoria berlusconiana nello scontro con Fini, con l’annunciata nascita del Terzo Polo (Fini, Casini e Rutelli) e nonostante il “sexigate all’italiana”, il risultato appare tutt’altro che scontato, anche se l’esito delle amministrative 2011 ha aperto un varco nell’egemonia berlusconiana.

Alla crisi politica del centrodestra fa da contraltare lo scontro nel Pd, tra linee e opzioni politiche diverse e, nel campo più largo della sinistra, tra pragmatici e visionari, tra riformisti e illusionisti, tra il circuito virtuoso di partiti e società e l’appello al popolo come “giudizio di Dio”, che descrive una torsione in senso plebiscitario e cesaristico della democrazia. Tensioni e scontro per l’egemonia che rappresentano tentativi di arginare una crisi culturale, ancor prima che politica, per le trasformazioni sociali, economiche e del senso comune, stili di vita, aspettative, sogni, speranze.

Tutti items che nella società dello spettacolo e del postmoderno sono diametralmente opposti, diversi e antitetici con le sovrastrutture della società fordista. Alla quale la sinistra è ancora strutturalmente e culturalmente legata.

Nella società contemporanea si è prodotto un cambiamento “paradigmatico”, per usare la terminologia dell’epistemologo Thomas Kuhn, che impone alla sinistra di cambiare pelle e sostanza. Di morire e rinascere come altro da sé.

Invece la sinistra italiana, come l’asino di Buridano, non riesce a definire e a scegliere se indirizzarsi verso un nuovo profilo, completamente inedito rispetto alla tradizione del secolo delle ideologie, o cercare rifugio in qualche anfratto culturale sopravvissuto alle macerie del comunismo: o riscoprendo - con qualche decennio di ritardo - il filone socialdemocratico, oppure valorizzando una variante di sinistra del plebiscitarismo.

Il primo approccio è quello incarnato dal leader del Pd, Bersani, che tenta di salvare il nocciolo duro della tradizione socialista, innervandolo con i filoni del riformismo d’ispirazione cattolica, socialista, ambientalista e liberale.

Il secondo è rappresentato dal presidente pugliese Nichi Vendola, ritenuto uno dei pochi a poter rivitalizzare la sinistra e ridarle un’anima o un orizzonte di rinascita, ma che, come dice Ernesto Galli della Loggia, «affida il suo richiamo sul pubblico allo stesso vuoto populismo del Grande Avversario [Berlusconi, N.d.A.] da battere».

In poche stagioni, il Pd come il conte Ugolino dantesco, ha «divorato» i suoi dirigenti: D’Alema, costretto a trovare rifugio in qualche fondazione; Veltroni, l’illusionista, che ha tentato la svolta, con il partito a vocazione maggioritaria, per poi «scappare» dopo la doppia sconfitta elettorale alle Politiche e alle regionali in Sardegna, per ricomparire improvvisamente nell’estate del 2010, ispirando una nuova aggregazione interna - composta da veltroniani e schegge dell’ex-Ppi - per rimettere in gioco l’esito delle primarie, la leadership di Bersani, e soprattutto la scelta del candidato premier del centrosinistra per l’«atto finale» contro Berlusconi. Un partito nella morsa tra i “rottamatori” alla Renzi, e l’onda - che potrebbe divenire tsunami in caso di primarie - di Nichi Vendola.

L’interrogativo di fondo, a cui il libro cerca di dare un risposta, è: lo scarso appeal della sinistra nell’Italia di inizio terzo millennio è frutto di concause contingenti - assenza di leadership forti e riconosciute, inadeguatezza della classe dirigente, indeterminatezza del profilo identitario, oscillazione tra «realisti e sognatori» (Scalfari), maionese mal riuscita tra gli eredi del Pci e i figli di “mamma Dc”? Oppure è l’epilogo di un’inadeguatezza storica rispetto alla società postmoderna, della difficoltà di comprendere il nuovo evo, le trasformazioni prodotte dall’economia-mondo, la globalizzazione delle merci e delle idee, l’avvento di nuovi media, l’egemonia dell’effimero e dell’eterno presente, le nuove forme dell’ideologia del senso comune, il “giovanilismo” come malattia della democrazia, il potere della grande finanza internazionale, il lento sgretolamento dello Stato-Nazione, l’egemonia della Tecnica e della Scienza, le nuove tematiche sui diritti individuali, il tema della flessibilità e precarietà che rappresenta gran parte della nuova economia?

Il vecchio mondo della sinistra non c’è più. Di conseguenza: può sopravvivere la sinistra in un ambiente che non riconosce e da cui è sempre meno riconosciuta? Nel nuovo mondo, gli eredi della diaspora della sinistra debbono approdare con il bagaglio della vecchia ideologia, seppure rimodernata con nuovi filoni culturali per approdare alla “vecchia Itaca”, oppure sono obbligati, lasciando i vecchi lidi, rassicuranti ma sempre più sottoposti agli assalti dei pirati della neodestra, a tentare nuove rotte, gettando a mare i vecchi arnesi, alla ricerca dell’“isola che non c’è”?

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