Martedì 26 Marzo 2019 | 17:57

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La spesa condivisa di Destra e Sinistra

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
In Europa, per anni, ha funzionato così: la destra privilegiava l’accumulazione, la sinistra la distribuzione della ricchezza. Poi, soprattutto in Italia, i ruoli si sono sovrapposti, a volte invertiti, come testimonia l’escalation del debito, figlio naturale del partito unico della spesa pubblica. Non è sfuggito nessuno all’attrazione fatale del «tassa e spendi», è sufficiente riflettere sulla metamorfosi della Lega di Umberto Bossi.

Nata come movimento li-be-ri-sta in funzione anti-tassaiòla, la formazione «padana» ha dato vita a una spettacolare inversione a U, di cui nemmeno la buonanima di Jacques Villeneuve (1950-1982), mito eterno della Ferrari, sarebbe stato capace. Tanto che oggi la differenza sostanziale tra il resto della politica italiana e la Lega si può riassumere in questi termini: i primi sono il partito unico della spesa pubblica al centro (cioè negli uffici ministeriali romani) mentre i lumbard sono il partito della spesa in periferia (Comuni e, soprattutto, Province).

Come si spiegano le barricate che ha eretto la Lega di fronte a tutte le ipotesi di eliminazione delle Province e di accorpamento dei Comuni minori?

Bossi, con una manovra che sembra riscoprire le vecchie tecniche di autoconsolidamento territoriale della Democrazia cristiana e del Partito comunista, non vuole perdere neppure un micro-assessorato nella sua Padania. E’ convinto, Bossi, che solo il potere può alimentare il potere. Ecco perché anche adesso il condottiero del Carroccio è disposto a tutto pur di moltiplicare la presa sul territorio (Comuni e Province) attraverso lo strumento della spesa pubblica. Che il corrispettivo di questa operazione a tenaglia sia il trasferimento delle tasse dallo Stato agli enti locali, al Senatùr importa poco o punto. Anzi. Gli va bene. Che la conseguenza del federalismo impositivo sia la sconfessione di tutti gli originari propositi di potatura tributaria, col rischio di un successivo voltafaccia di tutti gli elettori bossiani (beffati dai nuovi balzelli territoriali), alla Lega sembra interessare (e preoccupare) quasi nulla. Chissenefrega. Tanto, tutte le rivoluzioni, avrebbe detto l’umorista Marcello Marchesi (1912-1978), finiscono attorno a una tavola calda.

Comunque. Tra le molteplici anomalie del sistema Italia (dalla legge elettorale fino al duopolio televisivo) quella delle convergenze economiche tra destra e sinistra resta forse la più rilevante. La destra non fa la destra, e la sinistra non fa la sinistra. In Italia non c’è bipolarismo, o alternanza, fra mercato e programmazione, tutt’al più una competizione tra due opposti statalismi.

Ora. Il fatto che la destra italiana si sia distinta più nel populismo che nel liberalismo economico non ha agevolato l’approdo (concreto) della sinistra post-comunista ai lidi del riformismo. Cosicché oggi, pur dicendosi tutti riformisti, a destra e a sinistra, le riforme appaiono più inverosimili di un voto di castità da parte di Dominique Strauss-Kahn.

Il confronto fra liberalismo e socialismo democratico era assai più produttivo qualche decennio addietro. Sull’onda della sfida liberista lanciata da Ronald Reagan (1911-2004) e Margaret Thatcher, l’intera sinistra occidentale avviò un’importante riflessione sul rapporto fra Stato e mercato. Risultato: anche a Bill Clinton e Tony Blair non dispiaceva essere definiti eredi (sia pure con i dovuti distinguo) di Ronnie e Meg, la coppia simbolo degli anni Ottanta. Lo stesso Michael Gorbaciov riconobbe al suo amico e antagonista Reagan di aver contribuito parecchio all’autocombustione del sistema sovietico. Insomma: a ciascuno il suo, la destra deve fare la destra, la sinistra deve fare la sinistra. Perché solo così le due opzioni economiche possono giovare l’una all’evoluzione dell’altra, senza dover impiccarsi ai rami di provenienza ideologica.

In Italia, se si esclude la fase fino agli anni Sessanta, non si è mai capito (fatta eccezione per le campagne elettorali) in cosa si differenziassero le ricette economiche dei diversi partiti. Pareva che la repubblica maggioritaria avrebbe reso più trasparente il dualismo tra le varie filosofie e proposte di sviluppo. Invece, come dicevamo prima, tutto è rimasto così com’era.

Il caso Tremonti è il frutto di questo equivoco. Il ministro dell’economia non ha mai tessuto, nei suoi innumerevoli saggi, le lodi del liberalismo e del mercato. Chi aveva letto i suoi libri, lo sapeva. Per attenuare la portata delle sue critiche all’economia aperta, il Divo Giulio era ricorso al termine di mercatismo (da non confondere, a suo giudizio, col mercato-mercato). Ma era solo un fuoco pirotecnico terminologico per abbagliare i dubbiosi e rassicurare gli amici di tessera politica. In realtà, Tremonti non ha mai tifato per il mercato, come confermano, tra l’altro, i suoi apprezzamenti per il colbertismo, cioè per il ruolo dello Stato come motore dell’economia. Come si poteva pensare di affidare la guida della rivoluzione liberale a chi, limpidamente, non aveva mai fatto professione di liberalismo?

Infine. L’Europa approva l’intransigenza tremontiana sui conti pubblici, ma sollecita anche riforme di natura anti-statalistica (privatizzazioni, sburocratizzazioni, eliminazioni di enti inutili eccetera). Ma se di fronte a questa agenda di obiettivi traballa una coalizione che si definisce liberale, cosa dovrebbe fare uno schieramento che, invece, non si ispira alla lezione di Luigi Einaudi (1874-1961)? Agire senza cambiare linea? Più probabile che si continui così, a governare nella giostra di quella spesa pubblica, che a parole tutti vogliono fermare. Chi vivrà, vedrà e pagherà.

Giuseppe De Tomaso

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