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di Vittorio Catani
di VITTORIO CATANI

Secondo quanto riportato ai primi di giugno dal «New York Times», la Casa Bianca sta sostenendo notevoli sforzi finanziari per creare una Internet mobile alternativa, una «rete ombra» wireless, ovvero «senza fili», che eviterebbe il passaggio attraverso i percorsi obbligati tradizionali, intercettabili. Un web fantasma ideato su misura per popolazioni che reagiscono a governi dittatoriali. In Egitto, Iran, Siria, Libia, Cina e altrove, il dissenso viene infatti colpito bloccando anzitutto Internet e telecomunicazioni: le poche notizie e immagini che riescono a filtrare ci pervengono proprio grazie al web, a Twitter, ai cellulari.

Pentagono e Dipartimento di Stato avrebbero speso 50 milioni di dollari in Afghanistan per creare una rete indipendente di telefonia mobile che usa i ripetitori delle basi militari, per contrastare lo spegnimento della rete afghana ufficiale da parte dei taleban. Uno stanziamento di 2 milioni di dollari riguarderebbe invece un programma definito «Internet in valigia»: un piccolo bagaglio portatile, una sorta di kit online contrabbandabile oltre i confini e dotato di comunicazioni wireless collegate alla rete Internet mondiale.

A guidare questo nuovo corso è il Capo del Dipartimento, Hillary Clinton, che ha dichiarato: «Nel mondo vediamo sempre più persone usare le nuove tecnologie della comunicazione per dar forza alla loro voce e alle loro proteste, per realizzare libertà e democrazia (…). L’America vuole favorire questo dialogo reciproco delle persone, delle comunità, dei governi con il mondo».

Un progetto del genere prevede il coinvolgimento di decine di tecnici in grado di creare un sistema parallelo aggirando le censure. Costoro sono ovviamente i famosi hacker: esperti che vivono in una sorta di penombra, talora perseguiti, talaltra richiesti e profumatamente pagati da aziende, se non dallo Stato, per le loro preziose competenze. Sembrerebbero davvero lontani i tempi della Guerra fredda, in cui gli Usa spesso si imponevano al mondo con golpe e colpi di Stato pilotati e sbandieravano - così come l’Urss - la minaccia-ricatto d’una guerra atomica. Ma la Guerra fredda non è mai terminata: ha solo preso altre strade, e oggi viene combattuta con nuove armi, le telecomunicazioni.

C’è chi ha definito queste ultime come tendenzialmente «più pericolose di qualsiasi bomba o carro armato». Non a torto. A parte quanto avviene nel Medio Oriente grazie a cellulari e Twitter, troviamo esempi (in positivo) in casa nostra: nell’ultimo anno abbiamo assistito a partecipazioni di popolo che fanno impallidire il Sessantotto. Il Popolo viola, gli scioperi, il movimento delle donne «Se non ora quando», i gruppi di protesta attestati per mesi su terrazze, coloro che si riunivano nelle piazze o dinanzi alle sedi governative: una marea di gente che ha realizzato una condivisione collettiva di intenti, di tempi e luoghi, una sorta di fusione anche psichica grazie alla istantaneità del comunicare, alla contemporaneità dell’agire.

Manila (Filippine), gennaio 2001: «Settanta milioni di messaggi sms. Così i dimostranti filippini, giunti da ogni parte nella capitale, hanno organizzato la rivolta che ha provocato la caduta del presidente Joseph Estrada, 63 anni, accusato di corruzione (…). Scrivendo con il cellulare, decine di migliaia di giovani si sono tenuti in contatto da una parte all’altra della città, dandosi appuntamento sull’Edsa, il viale simbolo della rivolta di quindici anni prima contro il dittatore Ferdinand Marcos». Questo evento, citato anche dal sociologo Howard Rheingold nel suo libro del 2003 Smart Mobs («Folle intelligenti»), a suo tempo ebbe grande risonanza e già evidenziava alcune potenzialità pacifiche delle nuove «armi», capaci di andare oltre la massificazione e l’isolamento, per una maggiore cooperazione.

E sono proprio queste peculiari caratteristiche «pacifiche» che terrorizzano i governi. Nell’era della comunicazione globale, si tenta di imbavagliare la comunicazione globale. Demonizzandola, invocando una privacy talora inesistente, ingigantendo aspetti negativi, favorendo leggi censorie. Il popolo del web si sta ribellando: basta leggere siti degli Usa, della Spagna, Francia, perfino della Finlandia, la terra dei telefonini.

Julian Assange è agli arresti domiciliari per aver osato pubblicare notizie «vietate» o coperte dal segreto di stato sul sito Wikileaks: ma in verità, non ci risulta che la marea di fatti rigurgitati da Assange abbia provocato immensi disastri. Diremmo anzi che, paradossalmente, non è accaduto nulla e anzi la gente sembra essersi (purtroppo) assuefatta a questa roba. Il sito Wikileaks italiano risulta al momento fermo al 18 giugno, e tra le notizie d’una certa importanza figura un articolo di Assange che recita: «Facebook è la più spaventosa macchina di spionaggio mai inventata. È la più grande banca dati mondiale sui cittadini, sulle loro amicizie, i loro nomi, i loro indirizzi, la loro localizzazione e le loro comunicazioni, i loro gusti e desideri, i loro parenti, tutto pronto negli Usa, a disposizione dell’intelligence americana (…). Facebook, Google, Yahoo (…) hanno costruito un’interfaccia per l’intelligence Usa».

In realtà spaventa e fa riflettere il potere che questi colossi, anche economici, hanno acquisito e continuano ad acquisire. È la doppia faccia dell’era informatica. E fino a ieri non aveva proprio il governo Obama - che ora pubblicizza una «internet libera» per popoli oppressi - tuonato contro Assange? Il nocciolo è che l’anonimità e il basso costo di Internet la rendono utilizzabile da chiunque voglia esprimere pareri non popolari o non convenzionali, o desideri trovare notizie irreperibili in certa stampa corrente.

Apprendiamo intanto che case cinematografiche si contendono a suon di milioni di dollari i diritti per un film sulla storia Assange-Wikileaks. Inevitabile, forse. Ma dal dramma passiamo alla farsa e al finale hollywoodiano: esattamente in linea, o meglio on line, con i nostri tempi.

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