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Il testamento di mons. Ruppi: «La fede senza opere è morta»

di Don Cosmo Francesco Ruppi
Ricorre domani, mercoledì 29 Giugno, il trigesimo della dipartita di mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo emerito di Lecce e già presidente della Conferenza episcopale pugliese. Alle ore 19,30 nella basilica dei Santi Medici Cosma e Damiano ad Alberobello (Bari), il vescovo della diocesi di Conversano-Monopoli, mons. Domenico Padovano, presiederà la solenne concelebrazione in suffragio. Ecco, di seguito, il «testamento spirituale» firmato da mons. Ruppi un paio di mesi prima di morire e affidato alla presidenza della Fondazione «Giovanni XXIII» di Alberobello, presso la cui struttura si era ritirato negli ultimi due anni. 

Nel momento in cui vedo scemare le mie forze e avverto che il Signore mi sta già chiamando, professo la mia fede nell’uni - co Gesù, il Messia Salvatore che è morto ed è risorto. È la fede che mi ha sempre sostenuto nella mia vita sacerdotale e nella vita episcopale, tenendo conto che ho scelto il motto giovanneo: «Fides victoria nostra». È vero che la fede mi ha sostenuto nelle dure battaglie della vita; mi ha dato forza e gioia, anche nel fuoco della persecuzione giudiziaria che mi ha lambito mentre difendevo, da padre, don Cesare Lodeserto. La mia fede è stata sempre fondata sulla fede nel Risorto ed è stata alimentata dalla devozione alla B. V. Maria, dal sacrificio, dal lavoro, dalla preghiera. Ho avuto il dono della fede del Battesimo e l’ho alimentata dell’esempio del mio papà, uomo di fede e di fedeltà alla Chiesa, e soprattutto dalla Mamma, che mi ha fatto da padre e da madre fino alla sua esistenza terrena. Questa fede ha trovato nel popolo cristiano delle parrocchie e delle diocesi di Termoli-Larino e Lecce la costante conferma, perché ho incontrato tanti credenti, pieni di dolore e di guai, ma ricchi di fede: ho sempre trovato conferma nella mia fede dalle celebrazioni, dagli incontri coi malati, dagli incontri col «popolo minuto», dal popolo sano, fatto col lavoro e la sofferenza. 

La mia fede è sulla Parola di Dio, la Bibbia, che ho sempre annunciato, ma è anche nel Magistero del Papa, successore di Pietro e vescovo di Roma, al quale ho sempre professato obbedienza assoluta e generosa. Ho avuto la gioia di ospitare due volte Giovanni Paolo II a Termoli il 19 marzo 1983 e a Lecce nei giorni 17-18 settembre 1994. Sono stato ricevuto molte volte in Udienza, anche a tavola, e ho misurato la fede e la sua tenacia nel servire la Chiesa con forza e gioia. Ho ricevuto tanti insegnamenti, che conservo nel cuore e ai quali ho ispirato la mia condotta pastorale. Col tempo, quando c’è stato il fenomeno della accoglienza nel «Regina pacis» ho capito che la fede senza le opere è morta: la fede ha la conferma della carità. È cresciuta anche la speranza, soprattutto nella tarda età, col sopraggiungere delle sofferenze. Nonostante sia chiamato alla successione apostolica, ho fatto tanti peccati, e sento di dover chiedere perdono a Dio, soprattutto per i peccati di omissione. 

Se ho offeso qualcuno, chiedo sinceramente perdono e perdono le offese che sono state recate, forse involontariamente a me: voglio lasciare questa terra con la pacificazione interiore, con la tranquillità di essere perdonato da Dio e dagli uomini; miseremini mei! Lascio ai fedeli tutti e particolarmente ai sacerdoti l’invito ad essere uomini e donne di fede: la fede ci salva e ci salverà in eterno. Il prete oggi deve essere testimone di speranza e testimone di carità. Dio sa quanto è cresciuta nel mio animo la virtù della speranza: da piccina piccina, è diventata grande; mi ha fatto essere sereno di fronte alla scoperta del cancro al polmone; mi ha sorretto negli esami molteplici, nella cura non lieve delle sedute chemioterapiche; mi ha sottoposto alle cure più svariate, accrescendo la fede nella presenza di Dio nella mia vita. Da ragazzo ho sperimentato largamente la povertà: da vecchio sperimento il valore della sofferenza fisica e lascio a tutti la lezione di accettare la sofferenza e i dolori, pensando alla sofferenza della Croce, di Cristo che ha detto più volte negli ultimi anni: «Se vuoi venire dietro di me, prendi la tua croce e seguimi». 

Una parola speciale vorrei consegnare ai tanti sacerdoti che ho avuto la gioia di ordinare: siate pieni di gioia! Servite con sacrificio la Chiesa, dispensate speranza e diffondete carità, col vostro esempio. Conservo, nella memoria di Dio, tutti i sacerdoti che ho incontrato nel mio lungo episcopato: quanto sono stati buoni e amabili con me! Un clero meraviglioso: quelli di Termoli-Larino e quelli di Lecce; quanti sacrifici essi fanno nella vita! Quanto devo ad essi in compatimento, affetto a amicizia. Tutti ricordo al Signore; per tutti prego; a tutti chiedo la preghiera. Un pensiero voglio lasciare alle Suore, a quelle che mi hanno sempre assistito, a Suor Raffaellina, a Madre Delia, a Madre Maria, alle Suore salesiane dei SS. Cuori, felice di aver visto il loro fondatore arrivare alla venerabilità, alla beatificazione e alla canonizzazione. Sono certo che S. Filippo Smaldone, S. Pio da Pietrelcina, tutti i santi di cui ho parlato e scritto negli ultimi anni, insieme a Maria, hanno pregato per me e sono alla porta del Cielo. Ai fedeli laici lascio tutto il mio affetto e la mia esortazione ad essere testimoni della fede e vivere con gioia e con impegno la stagione conciliare. Al fratello, ai parenti tutti, lascio il mio invito a ricordarsi di me nelle preghiere ed essere degni del nome e della eredità che ci hanno lasciato i genitori, onorando con la vita il Battesimo. Alla Fondazione «Giovanni XXIII» che mi ha accolto da vecchio e che ho amato come creatura, l’invito ad essere segno della carità di Cristo: gli anziani e i vecchi hanno bisogno di amore! Questa è stata col prof. Giacovazzo, la casa della carità. Sia così! 

Postilla n. 1: In particolare ringrazio e benedico le care Discepole del S. Cuore, che ho seguito con affetto paterno, moltissime delle quali ho ammesso alla consacrazione religiosa. La Madre Giulia ha fatto un dono, a me e alla Fondazione, donandoci tre suore esemplari: Suor Celestina, superiora; Suor Mara Angela come infermiera e Suor Miriam come assistente alla mia povera persona. Negli ultimi hanno fatto tutto ciò che avrebbero fatto per papà e per mamma! Cosa devo lasciare? Come ringraziarle? Le benedirò dal Cielo. 

Alberobello, 19 marzo 2011
Mons. Cosmo Francesco Ruppi

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