Martedì 26 Marzo 2019 | 23:36

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La confusione continua tra reato e peccato

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Sarà perché l’Italia è un Paese poco liberale. Sarà perché il tasso di litigiosità politica evoca lo scontro tra gli ultrà del calcio. Sta di fatto che riesce ancora complicata, nella Penisola, la distinzione tra reato e peccato. L’intellettuale Gaetano Salvemini se la prendeva con il clericalismo. «Un clericale - scriveva il pensatore di Molfetta (1873-1957) - non arriverà mai a capire la distinzione tra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quella che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come se fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato». 

Sostituite ai tradizionali clericali invisi a Salvemini gli opposti schieramenti che oggi si contendono il primato elettorale- politico, vi accorgerete che il gioco non è cambiato. I reati li commette sempre l’avversario, mai un personaggio della propria squadra politica. Basterebbe convenire, con spirito bipartisan, nella distinzione tra peccato e reato per portare la discussione politica a un livello di fair-play degno di un Paese civile e moderno. Invece, la confusione tra peccato e reato continua a scandire molte vicende della storia nazionale. 

Esempio. Se tutti, dalle procure alle redazioni, dai partiti alle istituzioni, volessero distinguere tra peccato e reato, non ci sarebbe nemmeno bisogno di un intervento legislativo che regolasse l’intera questione: in questo caso il common law, vale a dire il diritto consuetudinario di stampo anglosassone, verrebbe in soccorso del civil law, il diritto codificato sulla tradizione romano- giustinianea. Ma, siccome, in Italia, l’ossessione della procedura se ne infischia del principio del risultato, succede che anche la sovrapposizione fra peccato e reato contribuisca a concimare un bipolarismo conflittuale, ancora più irriducibile della contrapposizione tra guelfi e ghibellini, o tra tifosi di Mazzola e tifosi di Rivera. 

Prendiamo il caso delle intercettazioni telefoniche. L’avvocato Giuliano Pisapia, ora sindaco di Milano, sostiene da sempre che «le indagini sono segrete, il dibattimento è pubblico». Pisapia aggiunge anche che «la narrazione dei fatti, piuttosto che il riportare la notizia di un arresto e le motivazioni di un mandato di cattura, non hanno nulla a che vedere con la pubblicazione degli atti di indagine». Traduzione: un eventuale freno alle intercettazioni non comprometterebbe il diritto di cronaca che caratterizza una società libera.

Però, c’è un ma. Se tutti sono uguali di fronte alla legge, non tutti sono uguali di fronte all’informazione. In uno Stato democratico, il cittadino non può non sapere come si comportano i suoi rappresentanti nei posti decisionali. Ha anche il diritto di conoscere vizi e virtù degli eletti: la casa di vetro dev’essere tale per davvero. Di conseguenza chi comanda o riveste un ruolo pubblico deve mettere in conto un’attenzione da parte dei mass media di gran lunga superiore e più asfissiante rispetto a quella che solitamente si riserva alle vicende della gente comune. Ok. Ma quale motivazione di natura sociale può giustificare la pubblicazione di telefonate private palesemente ininfluenti ai fini di un’indagine giudiziaria? Che senso ha dare in pasto all’opinione pubblica una conversazione in cui si esprimono giudizi piuttosto pesanti sulla condotta sessuale di una persona? Già i peccati non sono reati, e non dovrebbero trovare grande spazio nel circuito informativo. Se poi ci mettiamo pure i presunti peccati, allora è la fine di ogni criterio di civiltà, non soltanto giuridica. 

Allora. Giù le mani da ogni tentazione di imbavagliare stampa, televisione e altri strumenti del comunicare, anche attraverso lo stop alla divulgazione delle intercettazioni. Ma spesso si dimentica che, per il codice, le intercettazioni sono uno strumento, un mezzo di ricerca della prova: non possono assumere, automaticamente, valore di prova. Mettiamo che due signori, il cui telefono è stato posto sotto controllo, stiano discutendo di un carico di droga in arrivo dal Sudamerica. L’intercettazione sicuramente gioverà all’indagine avviata dal magistrato, contribuirà a orientare l’inchiesta verso la giusta direzione. Ma l’intercettazione non potrà essere fine a se stessa, poi bisognerà trovare il corpo del reato, ossia il carico di droga di cui si parlava via cavo. In caso contrario, se si incriminassero i due interlocutori senza preoccuparsi della «roba» di cui discettavano, l’intercettazione sarebbe stata promossa a prova esclusiva del reato, dismettendo il proprio status di strumento di prova. Ma non divaghiamo. 

Spetta innanzitutto ai magistrati separare le trascrizioni penalmente rilevanti dalle trascrizioni penalmente irrilevanti. Poi tocca anche al mondo della politica e dell’informazione procedere alla distinzione tra reato e peccato, come (invano) invocava Salvemini. L’autocontrollo e l’autodisciplina, in questa materia, sarebbero preferibili a soluzioni legislative, che spesso complicano i problemi anziché risolverli. Di sicuro, la politica (governo e opposizione) non può essere giudicata solo dal buco della serratura. Come sta avvenendo in queste settimane.

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