Martedì 26 Marzo 2019 | 17:44

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La Selva di Fasano e il Trullo del Signore

di Raffaele Nigro
di RAFFAELE NIGRO 
La villa di Ottavio Albano è un balcone sormontato da coni nella macchia di Selva di Fasano. Ci arrivo in un pomeriggio afoso,in un andirivieni di tornanti che mi spaventano non per la pericolosità,ma per le scoperte infelici a cui il viaggio mi sottopone. Tonnellate di cemento armato sono state sversate nella macchia. Ettari di laterizi e cemento in forma di cubi,di parallelepipedi,di cilindri aggrediscono i pini, le edere, le antiche ville liberty con un’ansia devastatrice che è riuscita a trasformare quella che una volta era la Selva in una periferia disperata,un farraginoso accatastarsi di condomini, una discarica nella quale i fasanesi si illudono di trovare rifugio dall’asfalto rovente e dagli edifici asfissiati della valle. 

Già salendo in direzione di Locorotondo,dove una volta sul colmo della murgia si vedeva un isolato trullo azzurro ora c’è una immensa scatola di malta e cemento orrenda, una costruzione che dice quanto siamo più selvaggi incivili arretrati rispetto all’ultimo paese dell’Africa equatoriale. La Selva degli orrori. Gli stessi orrori che scopro lungo il Canale di Pirro e nella Valle d’Itria. Ecco allora che maledico il momento in cui ho accettato di venire a villa Albano,perché è meglio portarsi nelle tasche una memoria sbiadita ,che inorridire con la scoperta di un presente devastato.

Ma a Fasano nessuno se ne accorge,non gli abitanti e non le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi vent’anni. Eppure gente che ha amato quella terra ne ho conosciuta. Ne fa fede una poesia dialettale di Gianni Custodero fatta trascrivere in un cartello stradale alla fine di un viottolo che lambisce il Minareto di Damaso Bianchi,il pittore che forse più di tutti mitizzò quei luoghi,li dipinse,li volle rendere belli e accoglienti. Ne fa fede lo sforzo che lo stesso Albano ha fatto per portare nella valle la sede del Ciasu,un centro di studi universitari che non è mai decollato e che oggi è diventato una cattedrale abbandonata,. Ne fa fede la bella collezione di dipinti messa su da Giovanni L’ Abbate e che potrebbe diventare pinacoteca pubblica,la fatica e forse la vita intera che Nunzio Schena ha dedicato al suo mondo, mettendo su una tipografia che arrivò negli anni ottanta a contare un centinaio di dipendenti ma che i travolgimenti politici e la cecità della fortuna hanno fatto deflagrare.

Mentre attraversavo il borgo ho rivisto il Trullo del Signore. Ci arrivai la prima volta in compagnia di Raffaele Spizzico. Aveva preso a cuore quella chiesa sormontata da trulli e cupolotti e non perdeva occasione per donarle sculture: un san Nicola attorniato da otto formelle a motivi nicolaiani,un altare del Sacramento nel quale un bassorilievo riproduce una triplice esplosione di energia mistica,le vetrate policrome,un crocifisso di derivazione giottesca,le acquasantiere,un angelo,il lampadario e una Addolorata che il maestro, oggi dimenticato,realizzò nel 1987, all’indomani della morte della moglie,con le sue fattezze,la sua malinconia: la Madre dei sette dolori o Maria SS.Addolorata. Fu questo il nome dato nel 1958 alla chiesa,prima che fosse consacrata al Signore e venisse arricchita dei pannelli della Via Crucis e delle stele della Resurrezione scolpiti da Tullia Matania.

Di quella chiesa ne parla un libro di Palmina Cannone,Il Trullo del Signore a Selva di Fasano. Una storia d’amore,di fede e d’arte,pubblicato dall’editrice Faso. Palma è una donna di straordinaria vivacità culturale,personalità poliedrica e agguerrita,come vorrei che fossero tutti coloro che sostengono di amare i propri luoghi. In qualche modo è lei che ha ereditato la verve patria di Custodero e di Nunzio Schena. Perché questa donna che trova tempo per collezionare foto della città natale,ricami antichi,stampe,libri di interesse territoriale,ha scritto della cultura materiale e gastronomica della sua città in libri di limitata circuitazione ma di grande interesse antropologico : Fa…sano in bocca (1995), I sapori ritrovati (1999), La cultura nel piatto (2007),La Puglia nel piatto(2007) e testi di etnologia e ricostruzione cronistica,come Fasano,natura e cultura (1998), i Percorsi turistici in provincia di Brindisi (2000), La tombola di Fasano (2002), Graffiti fasanesi (2002).

Procedo dunque tra ville in abbandono o che si vanno ravvivando di voci man mano che l’estate aggredisce la costa, con una corrente alternata di emozioni e di sentimenti. Rabbia e incantamenti,voglia di denuncia, pietà per i luoghi devastati e appello della memoria a figure che questa terra hanno amato e abitato e che purtroppo,mi rendo conto,neppure con uno scatto di orgoglio potrebbero più riuscire a salvare,perché il diluvio universale in forma di bulimia cementificatrice si è ormai consumato. Sotto gli occhi e con la connivenza di tutti.

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