Federalismo stadio finale del leghismo

di GIUSEPPE DETOMASO

Sarà il federalismo la tomba della Lega. Sì, può sembrare un’affermazione paradossale e provocatoria. Ma se i numeri e le parole hanno un valore, questa previsione, dal sottinteso perfido e beffardo, sul destino del Carroccio, è meno infondata di quanto si possa pensare. Umberto Bossi non era abituato a perdere. Ogni elezione, dal 1987 in poi, aveva giovato assai all’autostima personale e ai progetti politici del signore di Gemonio. Le poche volte in cui il Senatùr non aveva vinto sul piano elettorale, aveva prevalso su quello politico.

I ballottaggi di fine maggio hanno, invece, scioccato il capo della Lega, che tutto pensava, come Francesca Schiavone a Parigi, tranne che di inchinarsi di fronte a un verdetto punitivo. 

Nei primi giorni dopo gli spareggi alle comunali, Bossi è apparso sicuro di sé: nessun peso all’insuccesso, derubricato come un incidente di percorso. Col passare del tempo, però, il ministro delle Riforme ha cominciato a riflettere su tutto: sul Cavaliere, sull’alleanza con il Pdl, sui dissapori interni alle camicie verdi, sul rapporto con Giulio Tremonti, sull’ipotesi di crisi, sulla prospettiva del voto anticipato, sui ministeri al Nord (!). Ma il tema che più deve averlo assillato è stato indubbiamente lo stesso che spinge Silvio Berlusconi a non dare tregua al titolare dell’economia: le tasse.

Bossi non si era esposto come Berlusconi nel pretendere dal Divo Giulio una visibile sforbiciata delle imposte. Anzi, finora si era allineato al suo amico ministro, sostenendone le tesi di rigore in ogni circostanza. Tanto che nemmeno col microscopio si sarebbe potuto notare qualche sfumatura tra la linea bossiana e la linea tremontiana.

Ora, però, qualcosa è cambiato. Anziché schierarsi senza tentennamenti al fianco di Tremonti, il generale padano tende a pendere di più verso il presidente del Consiglio, a proposito della potatura impositiva. E non è necessario essere un premio Nobel per afferrarne i motivi: Bossi si è reso conto che anche all’elettorato leghista non va giù il sostanziale immobilismo - sia pure giustificato dai conti pubblici nazionali e dalla crisi internazionale - in materia di riduzione delle tasse.

Altro che ribaltone. La Lega è il partito che più ha sconfessato la sua ispirazione originaria. Nata come forza liberale del cambiamento e della lotta all’oppressione tributaria, nel giro di pochi anni la Lega si è trasformata nella sentinella dello statalismo e del corporativismo. Certo, il federalismo restava e resta la stella polare. Ma il federalismo in salsa bossiana ha poco a che vedere con i testi del professor Gianfranco Miglio (1918-2001), l’ideologo della rivoluzione del Nord.

Infatti. Il federalismo versione bossiana si accinge a esaurirsi nella moltiplicazione per venti della struttura centralistica nazionale. Neppure sull’eliminazione delle Province il partito di Bossi ha dato il proprio assenso. E così sulla liberalizzazione di alcune partecipate comunali. Logico che le tasse locali dovessero decollare come un missile, e che gli stessi elettori leghisti, prima o poi, dovessero chiedere quali benefìci produce nel loro portafogli la ribellione padana.

A fine maggio, perciò, anche i fan del Carroccio hanno lanciato un preciso messaggio alla loro guida politico-spirituale: così non va, troppe tasse. Di qui la correzione di rotta del Senatùr nei confronti di Tremonti, al quale Bossi starà facendo questo discorso: «Caro Giulio, sai che ti ho sempre appoggiato e difeso. Ma adesso non posso seguirti acriticamente nel muro contro la riduzione fiscale, pena un nuovo schiaffo da parte della mia gente. Cerca di fare il possibile, inventati qualsiasi diavoleria pur di accontentare me e Silvio».

Ma gli elettori della Lega che, soltanto da poco, hanno iniziato a domandarsi se sia un affare per il loro conto corrente continuare a sostenere il Senatùr, non hanno ancora affrontato la prova del budino principale: il federalismo fiscale. Del quale, sin d’ora, è possibile abbozzare la forma: una pioggia di addizionali locali (all’uopo aumentate) e una valanga di contenziosi con lo Stato centrale, che comporteranno, entrambi, un ennesimo rialzo della pressione fiscale.

Se oggi la gente che affolla i raduni di Pontida è più tiepida di ieri perché delusa dagli incessanti salti dei balzelli di territorio, figuriamoci come reagirà domani, in caso di messa a regime del federalismo tributario. Scommettiamo: il popolo padano si ribellerà all’Umberto proprio in nome della lotta al caro-tasse, trascurata dalla Lega e beffata dal federalismo fiscale. E se il federalismo fiscale sarà sinonimo di nuove tasse, per Bossi non ci saranno attenuanti. Nemmeno se si presenterà come Babbo Natale nelle case di veneti e lombardi, egli riuscirà a recuperare quei voti che avevano fatto della Lega il partito-chiave dell’Alta Italia.

Ieri il governo non ha vissuto una bella giornata in Aula. Ma i pericoli più seri potrebbero arrivare dal fuoco amico. Se si accorgerà che di tassa in tassa e di federalismo in federalismo, approderà senza molti voti in cabina elettorale, Bossi non esiterà un attimo nel bloccare tutto: governo, riforme eccetera.

Chi l’avrebbe detto: forse sarà davvero il federalismo fiscale la rovina di Umberto.
Privacy Policy Cookie Policy