Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:53

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Le ragioni del Sì ai referendum

di Giorgio Nebbia
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Settimana di referendum ecologici. Uno di questi, quello con la scheda “Grigia”, chiede ai cittadini se si vuole o no abrogare una legge che rende possibile l’installazione di centrali nucleari in Italia. Nel 2008 il governo ha deciso di costruire, con i francesi, quattro centrali nucleari di grande potenza e da allora ha emanato varie leggi che stabilivano i criteri di insediamento delle centrali, di scelta delle località in cui le centrali sarebbero state installate, ha stabilito la costituzione di una agenzia per la sicurezza nucleare. Nei mesi successivi si è sollevato un vasto movimento di protesta, sulla base del ricordo dei disastri alle centrali di Three Mile Island in America (nel 1979) e di Chernobyl in Ucraina (1986). Molte popolazioni ricordavano che i loro territori erano già stati riconosciuti non adatti ad “ospitare” centrali nucleari perché esposti a terremoti e alluvioni o perché povere di acqua. 

CRITERI - La legge e i successivi decreti stabilivano anche i criteri per seppellire le migliaia di tonnellate di scorie nucleari ancora esistenti in Italia e ancora una volta molti hanno ricordato le contestazioni alle scelte di Scanzano in Basilicata, di Saluggia in Piemonte, dove già si trovano molti materiali nucleari. Insomma è nato un movimento che ha depositato la richiesta di referendum per abrogare tali leggi. Poi è arrivata la catastrofe di Fukushima nel marzo scorso, e la conferma che le centrali nucleari non sono sicure, sono inquinanti e non sono neanche convenienti economicamente; anche il governo italiano si è spaventato e ha immaginato che, al referendum già fissato per il giugno di quest’anno, ci sarebbe stata una bocciatura del suo programma nucleare, e ha emanato in tutta fretta un’altra legge che ha abrogato alcune norme di quella precedente, ma ha lasciato intatto un “articolo 5” che lascia aperta la porta alla costruzione di centrali nucleari e dei depositi di scorie, quando fosse passato lo spavento. Ebbene chi scrive SI sulla scheda “Grigia” vuole che venga cancellata qualsiasi velleità di futuro nucleare, chiede che vengano abrogate anche questa norme residue, dichiara di non volere in Italia quelle centrali che ormai non vogliono più Germania, Svizzera e altri paesi. Due referendum riguardano un altro delicato problema; l’acqua che arriva nelle nostre case è distribuita da aziende che gestiscono i pozzi di raccolta, le reti di trasporto dell’acqua, la potabilizzazione dell’acqua che viene poi immessa nelle reti finali di distribuzione fino ad arrivare nelle nostre case, che riscuotono una tariffa per l’acqua distribuita e che hanno anche l’obbligo di depurare le acque usate per evitare l’inquinamento del sottosuolo e del mare. Queste aziende sono diversissime, dai piccoli acquedotti comunali, ad alcune imprese private, ad acquedotti di proprietà degli enti locali fino a grandi organismi pubblici come l’Acquedotto Pugliese che disseta quattro milioni di persone. 

AZIONI - Molte imprese private, italiane e straniere, da tempo cercano di conquistare la maggioranza delle azioni o il controllo degli acquedotti pubblici; calcolano di ricavare dei buoni profitti dalle tariffe che inevitabilmente aumenterebbero per i cittadini. Il governo, invece di difendere il carattere pubblico degli acquedotti, è riuscito a far approvare una legge che autorizza non solo l’intervento di capitali privati nelle aziende di distribuzione e depurazione delle acque, ma impone addirittura una maggioranza dei capitali privati e autorizza la modificazione delle tariffe in modo da assicurare un guadagno ai capitali investiti. Anche in questo caso è sorto un movimento che ha depositato un referendum con due quesiti, uno per abrogare le norme sull’intervento dei capitali privati in maggioranza nelle aziende dell’acqua (scheda “Rossa”) e uno per evitare l’aumento delle tariffe (scheda “Gialla”). Votare SI su ciascuna significa che si vuole che la gestione dell’acqua, bene primario, il più indispensabile e delicato per la vita, resti nelle mani delle autorità pubbliche in modo che i soldi delle tariffe siano investiti per migliorare le reti di distribuzione, evitare le perdite e gli sprechi, migliorare la depurazione delle acque di fogna e in modo da tenere basse le tariffe stesse. L’ultimo referendum riguarda un problema che chiamerei di ecologia sociale, di giustizia: votare SI sulla scheda “Verde” significa che si vuole abrogare una strana norma di legge secondo cui il presidente del consiglio e i ministri, chiunque siano oggi o in futuro, possono trovare delle scuse per non presentarsi nei processi che riguardano le violazioni della legge che hanno commesso non in quanto uomini di stato, ma come privati cittadini. Votare SI significa, quindi, riconoscere che tutti i cittadini, anche se coprono alte cariche, sono uguali davanti alla legge, una cosa che sembra abbastanza ovvia. Io voterò quattro SI perché vorrei che domani “facesse” un ambiente migliore di oggi, ma naturalmente ciascuno voterà secondo i propri sentimenti; l’importante è, cari lettori, che si vada a votare.

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