Martedì 26 Marzo 2019 | 11:40

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Silvio Berlusconi e Umberto Bossi sono i classici alleati rivali destinati ad aiutarsi a vita. Il Cavaliere ha approfittato della botta leghista alla Prima Repubblica per mettersi alla guida della Seconda Repubblica. Il Senatùr ha utilizzato il tandem con il Cavaliere per trasformare la Lega da partito anti-sistema in partito chiave della democrazia maggioritaria. Ogni tanto ciascuno dei due leader è tentato di mandare l’altro a quel paese. Poi decide di contare fino a dieci, e si accorge che la manovra è piuttosto complicata.

Dopo la sberla (copyright Maroni) ricevuta dal centrodestra alle ultime amministrative, i mass media del Carroccio hanno occupato l’etere con gli sfoghi anti-berlusconiani della base leghista. 

Pareva l’incipit delle pratiche di divorzio dal Pdl, sulla falsariga della clamorosa rottura del 1994, quando il matrimonio politico tra Silvio e Umberto naufragò tra mille invettive e recriminazioni, roba da far passare come separazioni silenziose i fragorosi addii tra le star di Hollywood. Invece, si era intuito sùbito che stavolta Bossi avrebbe azionato il freno a mano, non foss’altro perché la Lega non veleggia col vento in poppa come 17 anni addietro. Infatti, ieri, il leader «padano» non se l’è sentita di gettare a mare Zio Silvio. Ha chiesto e ottenuto garanzie sulla svolta di governo, ha chiesto e forse otterrà maggiore visibilità per i suoi. Ma si è guardato bene dall’alzare la voce con il presidente del Consiglio, per accelerare le pratiche per il voto anticipato.

Del resto, il capo leghista non poteva fare diversamente. Non è Berlusconi il padrone della cassa. La cassa è controllata da Giulio Tremonti con il piglio di un ufficiale prussiano. E chi è l’uomo che turba i sonni del Cavaliere perché non intende scucire un euro sia pure sotto forma di detassazione? Tremonti. E chi è l’amico di una vita del Senatùr? Sempre lui, Tremonti. Ecco perché il pranzo di ieri tra i maggiorenti del centrodestra non poteva concludersi a piatti in faccia. Per il ruolo di Tremonti. Il titolare del Tesoro è ancora troppo indispensabile a Berlusconi per essere licenziato su due piedi, come Antonio Cassano dalla Sampdoria. Il super-ministro è troppo amico della Lega e del suo comandante per essere sacrificato sull’altare della crescita economica da rilanciare. Sarebbe stato davvero paradossale se l’auspicio di fine legislatura tra Berlusconi e Bossi fosse coinciso con il siluramento del Divo Giulio. Nemmeno gli scommettitori più audaci di Calciopoli avrebbero puntato un euro su un simile colpo di scena.

Certo, Berlusconi (soprattutto) e Bossi hanno chiesto a Tremonti di preparare la riforma fiscale, perché non possono rischiare un altro bagno elettorale dopo quello patito a Milano. Lo hanno invitato a dare una calmata ai segugi del Fisco. Tremonti ha risposto alla sua maniera, sciorinando cifre e sfogliando dossier. Ma fino a quando non sarà possibile ridurre la spesa pubblica, tutti i discorsi sulla dieta fiscale somiglieranno ai velleitari propositi di quanti annunciano tre volte al giorno l’inizio della propria cura dimagrante. Tutt’al più si potrà giostrare tra prelievi Irpef e prelievi Iva, tra tassazione sulle persone e tassazione sulle cose. Ma la somma delle entrate non dovrà calare. Anzi. Sì, c’è sempre l’evasione da combattere e contenere. Ma spesso, in questa materia, si fa propaganda e demagogia. Anche perché il vero problema, più che evasione, si chiama elusione: chi elude il Fisco risulta un santo rispetto a un evasore, nonostante egli neghi allo Stato quantità più ingenti di denaro. Servirebbe una semplificazione, oltre che una riduzione, delle aliquote. Servirebbe, per capirci, una potatura di tutti quei rami della legislazione tributaria che nascondono scappatoie e sconti fiscali a beneficio dei contribuenti più cospicui. Ma chissà se il ministro dell’Economia vorrà optare per questo genere di rivoluzione liberale, per rendere meno ingiusto e penalizzante l’intero prelievo tributario.

Insomma. Il vertice della verità tra Berlusconi e Bossi si è concluso secondo copione. Entrambi vogliono uno scatto del governo. Ma entrambi sanno che solo Tremonti può promuovere o bocciare questo scatto. Si comincerà con la manovrina delle prossime settimane. Poi si aspetterà il giudizio dell’Europa, che sollecita una manovrona da 40 miliardi di euro. In ogni caso, il primo test del «patto» di giugno tra i due massimi soci del centrodestra si svolgerà domenica e lunedì prossimi. Berlusconi e Bossi non stanno facendo campagna referendaria. Ma anche i bambini sanno che se i referendum non supereranno il quorum di validità, avrà vinto Berlusconi. Se, invece, i referendum oltrepasseranno la soglia del 50%, avrà perso Berlusconi.

Conclusione. Il Cavaliere e il Senatùr non vogliono divorziare, anche se la loro luna di miele è un ricordo. Ma sul loro ménage inciderà il voto imminente su energia nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento. Per i referendari sarà una consultazione al battiquorum, per il premier sarà un altro voto al batticuore.

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