Martedì 26 Marzo 2019 | 03:51

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Il Cavaliere si smarca dal referendum atomico

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
La Prima Repubblica non venne mandata al Creatore dal pentimento del manager socialista Mario Chiesa, incastrato dalla moglie e da una tangente. La Prima Repubblica cominciò a morire il 9 giugno 1991, quando la maggioranza (62,5%) degli italiani disattese l’invito di Bettino Craxi (1934-2000) ad andare al mare per dire no, in cabina elettorale, al sistema delle preferenze multiple, giudicato fattore di malcostume in politica e nelle consultazioni popolari. Iniziò con quel referendum, che introdusse la preferenza unica, quella rivoluzione maggioritaria, legata al nome di Mario Segni, che sfocerà successivamente nella democrazia del conflitto e nell’avvento di Silvio Berlusconi sul proscenio nazionale.

Craxi, che pure era politico scafatissimo, commise l’errore più incredibile della sua vita suggerendo agli italiani la gita in spiaggia. La sua fama di leader dal fiuto di cane da tartufo subì un clamoroso smacco, aggravato diversi mesi dopo da un’altra topica colossale: la definizione di «mariuolo» da lui appioppata al rampante Chiesa dopo il suo arresto.

Silvio Berlusconi ha fatto tesoro della fesseria craxiana di venti anni or sono, guardandosi bene sia dal sollecitare gli italiani a tuffarsi dove l’acqua è più blu, sia dall’indicare agli elettori, in particolare sul nucleare, la decisione da prendere. Sa benissimo, il Cavaliere, che pur essendo il referendum un istituto moribondo, che negli ultimi tempi non aveva mai oltrepassato il quorum di validità, basta poco per rianimarlo. Un tema ad alto potenziale emotivo, come l’energia nucleare, e il referendum rispunta fresco come un fiore. Ergo: meglio stare zitti. Anche perché sull’onda della batosta alle amministrative, solo un miracolo potrebbe salvare il premier da una seconda bocciatura.

Domenica e lunedì prossimi gli italiani voteranno su centrali atomiche, acqua e legittimo impedimento. Lo choc giapponese ha riportato in copertina il tema energetico, oscurando gli altri due. Ma, nonostante lo smarcamento del Cavaliere, che già aveva congelato i programmi di ricostruzione nucleare, il voto del 12-13 giugno sarà né più né meno che un altro referendum sulla figura del presidente del Consiglio.

Anche per questa ragione, per depotenziare cioè la sua sovraesposizione su tutti i canali e giornali della Penisola, il Cavaliere ha incoronato il ministro Angelino Alfano a segretario del Pdl e ribadito la propria fiducia al super-ministro Giulio Tremonti. Berlusconi ha bisogno di prendere fiato, optando per la «strategia del disimpegno»: strategia che deve pesargli più di un’indagine della magistratura sulle olgettine - dato che se avesse qualche anno in meno il Cav toglierebbe anche a Massimiliano Allegri il posto in panchina -, ma che tuttavia appare come l’unica via d’uscita per sfuggire a un pressing mediatico inferiore soltanto all’assedio televisivo davanti alla villetta dei Misseri (e misteri) ad Avetrana.

Viceversa il centrosinistra, che pure aveva assistito con un certo distacco alla raccolta delle firme per i quattro referendum, promossa dai sostenitori di Antonio Di Pietro, non vede l’ora di tornare alle urne nella speranza di superare la soglia del 50% dei voti. Se così fosse, pensa Pier Luigi Bersani, si aprirebbe nel centrodestra una fase politica più scivolosa di una saponetta, fase che all’insofferenza di alcuni settori leghisti aggiungerebbe i mal di pancia di quei pidiellini smaniosi di un repulisti all’interno del partito.

Ormai succede da tempo. Quando è in ballo una sorta di giudizio universale su Berlusconi, sale il rischio che il referendum indiretto su Re Silvio prevalga sulla posta in gioco, sui reali contenuti di una contesa amministrativa, o di un quesito referendario. Del resto, la stessa storia dei referendum contribuisce a non attribuire al responso elettorale la sacralità di un oracolo divino. Il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati non sortì particolari conseguenze dopo la sua approvazione popolare. Idem il quesito sull’abolizione del ministero dell’Agricoltura, che rimarrà vivo e vegeto nonostante la stroncatura ai seggi elettorali. Idem il «primo» quesito, lanciato all’indomani della tragedia di Chernobyl, sull’eliminazione delle centrali nucleari. Lo stop degli elettori (1987) non ha impedito che successivamente il nucleare rientrasse nell’agenda di governo.

Anche la domanda del 12-13 giugno, a ben leggere, potrebbe non chiudere per sempre la questione degli investimenti nucleari. Sia perché in futuro gli scienziati potrebbero davvero scoprire l’atomo pulito. Sia perché votando per l’abrogazione di due articoli compresi nella legge Omnibus che già fermava i programmi governativi atomici, formalmente gli elettori - secondo alcuni esegeti - potrebbero aver detto all’esecutivo di riprendere in un secondo tempo la discussione sull’intera vicenda. Certo, questa sarebbe un’interpretazione speciosa e ingannevole, dal momento che il sì all’abrogazione della legge Omnibus vuol dire no ai siti nucleari. Ma, obietterebbero i sofisti, se si abroga una legge che già abrogava il nucleare, vuol dire che non si è ostili al nucleare. Insomma. Il pericolo di finire in un pasticcio interpretativo è tutt’altro che scampato. Anzi, nella patria del diritto e del rovescio, e del formalismo giuridico, potrebbe trasformarsi nel tormentone dei prossimi anni.

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