Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:40

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Il Sud si affida ai suoi «campioni»

di Gianfranco Viesti
di GIANFRANCO VIESTI
Che sta succedendo alle imprese del Sud nella grande crisi? Che prospettive ci sono? Molte utili risposte a queste domande sono state recentemente fornite da uno studio di Giovanni Foresti, di Intesa San Paolo, pubblicato da Confindustria. Foresti usa i bilanci aziendali. Analizza solo le imprese dell’industria manifatturiera. Guarda nel periodo 2007-09 le imprese che avevano un fatturato almeno di 1 milione di euro. Con questi criteri studia l’andamento di circa 6500 imprese meridionali: la spina dorsale del nostro sistema produttivo. Che fanno queste imprese? Lo studio naturalmente conferma un dato di fondo ampiamente noto, ma che vale la pena sempre di ricordare: ci sono pochissime imprese meridionali delle meccaniche (800 contro quasi 12000 in tutta Italia); ce ne sono invece molte nell’alimentare, e un numero discreto nei prodotti per la persona e per la casa, e nella filiera dei metalli.

Come sono andate le imprese del Sud? Nella grande crisi recente, naturalmente molto male, ma molto meno peggio di quelle del CentroNord. Il loro fatturato 2009 è caduto del 11,7%; nelle imprese del NordOvest, del 20%. Questo si spiega con la minore importanza dei mercati internazionali per le imprese meridionali: questa caratteristica negativa, le ha però parzialmente protette dalla crisi. Ma la loro redditività – già più bassa delle imprese del resto d’Italia – si è ulteriormente contratta.

attenzioneUn elemento merita però la massima attenzione: dire che in media le imprese sono andate male, non significa dire che tutte sono andate male. Uno degli elementi più importanti di novità del sistema industriale italiano – che si ritrova anche al Sud – è infatti la forte, crescente, diversità degli andamenti delle imprese. Accanto a quelle che vanno male, ci sono quelle che, persino nella grande crisi, vanno bene. Nel 2009 così 5400 delle principali imprese manifatturiere meridionali hanno avuto un calo di fatturato; di queste, ben 1370 sono messe male: non hanno sufficienti flussi economici per far fronte agli oneri finanziari. Ma le altre 1000 imprese, nell’anno peggiore del dopoguerra, hanno aumentato il fatturato di oltre il 10%; di queste, circa la metà lo hanno aumentato di oltre il 20%. Mentre tutte andavano male, loro andavano benissimo.
Chi sono? Non è facile dirlo. Non è la regione di insediamento che spiega questa differenza (ce ne sono che vanno bene o male tanto in Campania quanto in Puglia); non è il settore produttivo. Ma sono le diverse scelte strategiche di ogni impresa, specie per quanto riguarda i nuovi prodotti, le reti distributive, i marchi. Anche nella crisi, vince chi innova. Ad esempio le imprese della moda, di fascia di mercato più alta, che hanno continuato a investire su nuovi mercati, con propri marchi di successo.

Tornando a tutte le imprese, e quindi ai valori medi, lo studio ci dice che nel 2010 solo una parte del calo del fatturato dell’anno prima è stato recuperato (+6,6% dopo il –11,7%). Il recupero nel CentroNord è invece più forte, perché sono di più le imprese che esportano, e adesso si trovano con mercati in crescita. La ripresa al Sud resta invece minore: minor caduta, ma risalita molto più lenta. Certo, la percentuale di imprese che aumenta il fatturato di almeno il 10% nel 2010 è stata più alta che l’anno prima (circa un terzo del totale). Ma le altre continuano ad andare stentatamente.

La previsione è che a fine 2012 la metà delle imprese del Sud non avrà pienamente recuperato il terreno perso nella crisi appena passata. Questo è un grave problema: si rischia che una parte di queste imprese chiuda.

sorteNel rapporto si fa una considerazione di grande importanza e di grande intelligenza, pienamente condivisibile: la sorte dell’industria al Sud dipende più che mai da un numero relativamente ristretto di imprese che vanno decisamente bene. Sono i nostri “campioni” industriali. E quindi dalla possibilità che crescano moltissimo nel 2011-12.
Questo può accade anche comprando le imprese più in difficoltà. Questa è una ipotesi molto interessante: non perdere il patrimonio industriale che c’è, attraverso processi di consolidamento aziendali: acquisizioni, fusioni. Operazioni da noi relativamente poco consuete. Ma che proprio in questo 2011-12 potrebbero trovare una razionalità molto maggiore che in passato, e crescere di numero. Per tutto quello che abbiamo detto, sarebbe una ottima cosa. E’ evidente che questo pone grandi responsabilità ai nostri imprenditori di successo, che sono chiamati ad osare molto più di prima. Pone enormi responsabilità sul nostro sistema bancario, che è chiamato a selezionare con attenzione e coraggio le imprese a cui fornire una provvista finanziaria anche molto grande; a rischiare con loro. E pone responsabilità alla politica industriale (regionale, dato che quella nazionale non esiste): di modulare l’intensità degli strumenti di incentivazione disponibili anche in relazione a questi fenomeni.

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