Mercoledì 20 Marzo 2019 | 15:00

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Il Cavaliere rischia ma al bivio si trova Bossi

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Umberto Bossi è più infallibile del Padreterno o la Lega è più nel pallone della Juve di Luigi Del Neri. Non si comprende altrimenti perché i suoi colonnelli - che al capo chiedono il permesso pure per andare alla toilette, figurarsi per concedere interviste - abbiano deciso di allentare i freni inibitori fino al punto di ipotizzare il trasferimento della presidenza della Repubblica da Roma a Milano. Certo, il ministro Roberto Calderoli, protagonista della voce dal sen fuggita (che poi richiamar non vale), ha cercato di mettere una pezza, negando di aver detto quello che ha detto, ma le smentite, si sa, sono concetti ripetuti due volte.

Non si sa dove voglia arrivare Bossi. L’impressione è che la Lega stia ritornando a bomba.

Vale a dire alla stagione del partito-movimento, o del partito di lotta, che negli ultimi anni aveva ceduto il passo all’idea di partito-regime, cioè di partito di governo. Ma tornare indietro per il Carroccio significa reimbarcare il principio originario del secessionismo. Cos’altro vuol dire, infatti, pretendere al Nord i ministeri, le sedi Rai, le direzioni di alcuni organismi finanziari, insomma tutto ciò che serve per dimostrare alle popolazioni padane che Roma non è più padrona e ladrona come un tempo?

Che poi questa inversione a U del guidatore leghista possa sortire i risultati sperati, è tutto da vedere. Le prospettive «padane» non sono esaltanti. Il primo turno delle ultime amministrative non ha messo di buon umore lo stato maggiore in camicia verde. Lasciata al suo destino Letizia Moratti, il vertice dei padani si è scatenato nelle altre città nordiche, sperando di recuperare il recuperabile. Di qui il ripescaggio del tradizionale lessico programmatico del movimento.

Ma il ritorno alle origini, camuffato per ritorno al futuro, presenta un limite alto quanto un grattacielo. Tra tutti i temi primordiali rilanciati da Bossi manca il più importante, quello che aveva caratterizzato e galvanizzato i primi passi del partito-movimento: la ribellione anti-fiscale. Se Bossi, negli anni Novanta, è diventato Bossi, un leader nazionale e non più un agitatore locale, la spiegazione va ricercata negli slogan più efficaci di quel periodo: meno tasse, meno burocrazia, più privatizzazioni. Il resto (compresa la secessione) era contorno per il popolo di Pontida, composto prevalentemente da partite Iva e da commercianti col coltello tra i denti contro gli agenti del fisco.

Sulla scia dell’evoluzione tipica di ogni partito-movimento che evolve in partito-regime, la Lega ha pian piano rimosso i princìpi della sua «spinta propulsiva», tanto da approdare allo status di partito gestore, non più innovatore, con buona pace di tutti i propositi di calmierazione fiscale. Stessa fine hanno fatto i traguardi di liberalizzazione e di privatizzazione di servizi e beni pubblici. Anzi. La tentazione statalista, non solo a livello municipale, ha sedotto i dirigenti leghisti come l’irresistibile Laura Antonelli ammaliava il giovane protagonista di Malizia. E quando il potere si sposa alla moltiplicazione delle poltrone anziché alla loro riduzione, non c’è formula organizzativa che tenga, da sindacato di territorio fino a sindacato di secessione: prima o poi le urne ti volteranno le spalle. È il rischio che sta correndo il fondatore della Lega, che, da sempre, paradossalmente, comanda tra i suoi con piglio leninistico-centralistico.

Non sappiamo quali contraccolpi potrebbe determinare l’eventuale sconfitta di Letizia Moratti a Milano. Non sappiamo cioè se Bossi l’attribuirà a Silvio Berlusconi, limitandosi a berci sopra un bicchiere di vino qualche ora dopo. O se Bossi ne approfitterà per riaprire i giochi sia con il Cavaliere che con l’opposizione. L’uomo è più imprevedibile di un terremoto. E sa che il premier dipende dalle sue mani.

Non sappiamo neppure se Bossi utilizzerà il probabile stop morattiano per riscrivere del tutto l’attuale manifesto programmatico leghista. Probabilmente lo farà a metà: avanti con il ritorno del separatismo, indietro con i sogni di defiscalità. Il ministro dell’Economia, fra l’altro, è contrario a ogni tentativo di potatura tributaria, perché teme possa produrre effetti dirompenti sui conti pubblici. E Tremonti, per Bossi, è più di un alleato: è un amico vero.

Non sappiamo soprattutto se, in caso di delusione elettorale, Umberto presenterà il conto finale a Silvio per chiedergli un passo indietro. Un’ipotesi che sta particolarmente a cuore all’opposizione che, in cambio del distacco berlusconiano da Palazzo Chigi, sarebbe pronta a un governo a guida pidiellina con l’obiettivo di varare la manovra economica da 45-50 miliardi chiestaci dall’Europa.

Conclusione. Si vota sulla Moratti, si decide su Berlusconi, ma si aspetta Bossi. Come scioglierà la contraddizione tra partito di lotta e partito di governo? È questa la sintesi (sia pure parziale) del voto meneghino odierno. Abbiamo dimenticato Napoli. Ma pur essendo una partita importante, la sfida De Magistris-Lettieri non ha come posta in palio il primato nel quadro politico nazionale.

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